Storia di Gaio Ottavio, l’uomo che trasformò una Repubblica in un Impero senza mai chiamarsi re
C’è qualcosa di curioso nel Ferragosto: ogni anno, il 15 agosto, milioni di Italiani fanno esattamente ciò che questa giornata suggerisce da secoli: si fermano. Partono, viaggiano, raggiungono il mare o la montagna, si concedono una giornata diversa, apparecchiano una tavola all’aperto, si regalano una pausa dalla quotidianità.
Eppure, dietro questa parola così familiare — Ferragosto — si nasconde un uomo che ha cambiato per sempre la storia di Roma.
Il suo nome era Gaio Ottavio, ma noi lo conosciamo come Augusto.
E se oggi, quasi duemila anni dopo, continuiamo a chiamare Ferragosto il giorno più atteso dell’estate, in qualche modo stiamo ancora pronunciando il suo nome.
Perché Ferragosto deriva da Feriae Augusti, le “feste di Augusto”, istituite nel 18 a.C. dall’uomo che aveva capito una cosa fondamentale: il potere non consiste soltanto nel comandare. Consiste anche nel creare simboli, tradizioni, feste, monumenti e perfino modi di ricordare il tempo.
Ma chi era davvero Augusto?
Un bambino nato sotto il segno del destino
Gaio Ottavio nacque a Roma il 23 settembre del 63 a.C., sul Palatino, nella zona chiamata ad Capita Bubula, “alle teste di bue”.
Era figlio di Gaio Ottavio, un uomo appartenente a una ricca famiglia di Velitrae, l’attuale Velletri, che era riuscito a entrare nel Senato pur provenendo da una famiglia che non apparteneva all’antica aristocrazia romana. Era dunque un homo novus.
La madre, Azia, aveva invece origini illustri: era figlia di Giulia, sorella di Giulio Cesare.
Quel bambino, dunque, era il pronipote di Cesare.
E già intorno alla sua nascita cominciarono a circolare racconti destinati a costruire la leggenda di un uomo predestinato.
Secondo Svetonio, molto tempo prima era caduto un fulmine sulle mura di Velitrae e gli indovini avevano annunciato che un giorno un cittadino avrebbe conquistato il potere. Gli abitanti avevano persino combattuto più volte contro Roma, convinti che la profezia riguardasse qualcuno di loro.
Ma, naturalmente, la profezia si sarebbe compiuta molti anni dopo e avrebbe avuto come protagonista proprio Augusto.
Ancora più straordinario è il racconto relativo alla madre Azia.
La tradizione narra che, durante una cerimonia in onore di Apollo, Azia rimase sola nel tempio e si addormentò. Un serpente le si avvicinò, le si avvolse intorno e poi scomparve. Nove mesi dopo nacque Ottavio. Il significato era evidente: il padre umano era Ottavio, ma il padre divino poteva essere Apollo.
Anche i sogni sembravano confermare il destino del bambino. Azia avrebbe sognato che le proprie viscere si estendevano fino alle stelle e occupavano la terra e il cielo; il padre, invece, avrebbe visto uscire dal ventre della moglie un raggio di sole. Persino Cicerone avrebbe avuto, secondo la tradizione, una visione profetica: un fanciullo di nobili lineamenti scendeva dal cielo appeso a una catena d’oro e Giove gli consegnava una frusta. Quando Cicerone vide Ottavio, lo riconobbe come il ragazzo del sogno.
Naturalmente non sappiamo quanto ci sia di vero in questi racconti. Ma questo, forse, è proprio il punto: Augusto aveva bisogno di apparire come un uomo destinato dalla sorte a governare Roma. E la sua propaganda avrebbe saputo trasformare anche la sua nascita in un segno del destino.
Il ragazzo di Apollonia
Ottaviano era ancora molto giovane quando perse il padre. A dodici anni pronunciò l’orazione funebre per la nonna Giulia, la madre di Cesare. A sedici anni indossò la toga virile. Era un ragazzo fragile, spesso malato, non particolarmente imponente. Svetonio lo descrive di statura piuttosto bassa, ma perfettamente proporzionato. Il suo fisico non aveva nulla del condottiero gigantesco. Eppure possedeva qualcosa di molto più importante: una straordinaria capacità di capire gli uomini e le situazioni.
Cesare se ne accorse. Quando partì per la Spagna contro i figli di Pompeo, Ottavio lo raggiunse nonostante fosse appena uscito da una grave malattia, attraversando territori pericolosi e affrontando perfino un naufragio. E Cesare rimase colpito dal suo coraggio.
Poi lo mandò ad Apollonia, nell’attuale Albania, per completare la propria formazione. Fu lì che avvenne un episodio destinato a rafforzare ulteriormente la convinzione di Ottavio di essere predestinato. Sull’osservatorio dell’astrologo Teogene, Agrippa fu il primo a farsi leggere l’oroscopo e ricevette previsioni straordinarie. Ottaviano esitò: temeva che, conoscendo le sue origini, l’astrologo potesse considerarlo un personaggio di scarsa importanza. Alla fine accettò.
E Teogene, dopo aver esaminato il suo tema natale, si alzò e lo adorò.
Da quel momento Ottavio ebbe una fiducia ancora maggiore nel proprio destino. Fece persino pubblicare il proprio oroscopo e associò la propria immagine al Capricorno, il suo ascendente, segno al quale la tradizione astrologica attribuiva particolare importanza.
Ma il destino aveva già preparato per lui una prova molto più concreta.
Le Idi di marzo
Il 15 marzo del 44 a.C. Giulio Cesare venne assassinato. I congiurati erano convinti di avere compiuto un gesto necessario: avevano eliminato un tiranno, un uomo che minacciava le istituzioni repubblicane e il potere del Senato. Tra loro c’era Marco Giunio Bruto, discendente di quell’altro Bruto che, secondo la tradizione, aveva cacciato da Roma l’ultimo re e dato origine alla Repubblica.
La scelta del luogo fu tutt’altro che casuale. La Curia del Foro era in quel momento inutilizzabile e il Senato si riunì nella Curia di Pompeo, all’interno del grande complesso monumentale fatto costruire proprio da Pompeo, il grande avversario di Cesare. E qui avvenne uno dei paradossi più straordinari della storia romana. Cesare venne colpito ripetutamente e il suo corpo cadde ai piedi della statua di Pompeo. Il sangue del vincitore della guerra civile ricoprì così la statua del suo antico nemico. Plutarco avrebbe scritto che sembrava quasi che Pompeo stesso presiedesse alla vendetta sul proprio avversario.
Oggi, a Largo di Torre Argentina, il traffico romano passa ogni giorno sopra quel luogo: autobus, automobili, turisti, persone che corrono al lavoro. E sotto di loro, a pochi metri, è ancora possibile individuare il luogo della morte di Cesare. Augusto avrebbe poi fatto murare il luogo dell’assassinio, trasformandolo in un locus sceleratus, uno spazio maledetto: era già iniziata la costruzione della memoria.
Il ragazzo che ereditò Cesare
Quando Cesare morì, Ottavio si trovava ad Apollonia: aveva appena diciotto anni. Fu allora che scoprì una cosa destinata a cambiare la sua vita: Cesare lo aveva adottato nel testamento e nominato suo erede. Da quel momento Gaio Ottavio divenne Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Un ragazzo di diciotto anni si ritrovò improvvisamente tra gli uomini più potenti e più ricchi di Roma. E soprattutto si ritrovò davanti a Marco Antonio, il grande collaboratore militare di Cesare.
Antonio era più anziano, esperto, amato dai soldati. Ottaviano sembrava invece un ragazzo inesperto. Eppure fu proprio lui a dimostrare di possedere una qualità che Antonio non avrebbe mai avuto nella stessa misura: la capacità di aspettare.
Bruto aveva commesso un errore: aveva consentito che il funerale di Cesare diventasse una gigantesca manifestazione popolare. Quando Antonio mostrò alla folla la toga insanguinata, Roma esplose. Il popolo preparò spontaneamente la pira funebre nel Foro. Le case dei congiurati furono minacciate. Bruto e Cassio dovettero fuggire. Antonio sembrava padrone della situazione.
Poi venne aperto il testamento e ci fu la sorpresa: Cesare non aveva scelto Antonio come erede.
Aveva scelto quel ragazzo di diciotto anni.
Il patto sul Lavino
Antonio e Ottaviano erano destinati allo scontro. Ma in politica, come Augusto avrebbe dimostrato per tutta la vita, il nemico di oggi può diventare l’alleato di domani.
Nel 43 a.C. i due eserciti si trovarono faccia a faccia nei pressi di Modena. Sarebbe potuta iniziare una guerra fratricida. Invece intervenne Marco Emilio Lepido. Secondo la tradizione riportata da Appiano, l’incontro avvenne su una piccola isola del fiume Lavino. Lepido si tolse il mantello e mostrò di essere disarmato, invitando Antonio e Ottaviano a fare altrettanto.
Alla fine i due si incontrarono. Non fu un incontro romantico: non si fidavano l’uno dell’altro. Ma avevano un nemico comune. E soprattutto avevano bisogno l’uno dell’altro.
Nacque così il Secondo Triumvirato: un colpo di stato bello e buono con cui Antonio, Ottaviano e Lepido si spartirono il mondo romano. Ma per il momento, la Repubblica era ancora formalmente in piedi, anche se, in realtà, il potere era ormai nelle mani di tre uomini.
Filippi: Roma contro Roma
Nel 42 a.C. lo scontro decisivo avvenne a Filippi, in Grecia: da una parte Antonio e Ottaviano, dall’altra Bruto e Cassio. Decine di legioni, oltre duecentomila uomini.
Ma soprattutto una tragedia: Romani contro Romani.
Ottaviano, ancora una volta, non dimostrò le qualità militari di Antonio. Fu costretto persino alla fuga quando il suo accampamento venne occupato. Antonio, invece, si dimostrò il grande generale che tutti conoscevano. Cassio si uccise. Bruto resistette ancora per alcune settimane, poi, sconfitto, scelse anch’egli il suicidio.
Antonio, però, impedì che il corpo venisse oltraggiato e ne fece restituire la salma alla famiglia. Con la morte di Bruto si chiudeva definitivamente una pagina: la Repubblica romana era ormai morente, ma nessuno aveva ancora avuto il coraggio di dirlo.
Cleopatra e la guerra che Augusto trasformò in una guerra di civiltà
Dopo Filippi, Antonio si spostò verso Oriente e lì incontrò nuovamente Cleopatra.
La regina d’Egitto non era più la giovane donna che aveva sedotto Cesare. Era una sovrana esperta, intelligente, colta e consapevole del proprio potere. Plutarco dice che la sua bellezza non era necessariamente ciò che colpiva per primo. Erano piuttosto la voce, lo sguardo, la conversazione, il fascino della sua presenza. Antonio ne fu conquistato. Ma forse non fu conquistato soltanto da Cleopatra: fu conquistato dall’Oriente.
Alessandria era una delle grandi capitali culturali del Mediterraneo. Era ricca, sofisticata, cosmopolita. Antonio finì per vivere lì con Cleopatra e i loro figli.
Roma guardava con crescente preoccupazione quella famiglia che sembrava incarnare una nuova idea del potere: un mondo greco-orientale che rischiava di avere il proprio centro non più a Roma, ma ad Alessandria.
Ed è qui che Ottaviano compì uno dei suoi più grandi capolavori politici: non presentò Antonio come il proprio rivale. Lo presentò come un traditore di Roma. E Cleopatra divenne la nemica perfetta: donna, regina straniera, orientale, ambiziosa. Pericolosa.
Quando Antonio celebrò ad Alessandria il proprio trionfo dopo la vittoria in Armenia e distribuì territori orientali ai figli avuti da Cleopatra, la propaganda di Ottaviano ebbe finalmente ciò che cercava.
La guerra non sarebbe stata contro Antonio.
Sarebbe stata contro Cleopatra, la regina d’Egitto.
Azio
Nel 31 a.C. le flotte si incontrarono ad Azio, in Grecia. A guidare la flotta di Ottaviano c’era Agrippa. La battaglia fu decisiva: Antonio e Cleopatra furono sconfitti. Antonio tornò in Egitto e si tolse la vita. Cleopatra fece lo stesso.
Con lei moriva la dinastia tolemaica e l’Egitto diventava provincia romana.
Il più grande paradosso della storia romana
Ottaviano aveva vinto, ma adesso si presentava davanti a lui il problema più difficile: che cosa avrebbe fatto della Repubblica?
Così, nel 27 a.C., compì il gesto destinato a cambiare la storia: restituì formalmente al Senato e al popolo romano i poteri straordinari che aveva assunto durante le guerre. E il Senato, apparentemente riconoscente, gli conferì nuovi poteri e soprattutto un nuovo nome: Augustus.
Il termine deriva da augeo, “accrescere”, “far crescere”, ma possedeva anche una forte dimensione sacrale: augustus era ciò che era consacrato, venerabile, degno di rispetto.
In Oriente sarebbe stato tradotto con sebastos, “degno di venerazione”.
Augusto non si proclamò re, non cancellò il Senato, non abolì i magistrati, non dichiarò finita la Repubblica. Fece qualcosa di molto più intelligente: la lasciò esistere.
Solo che ormai il vero potere era nelle sue mani. È questo il capolavoro politico di Augusto: acquisì progressivamente poteri quasi monarchici mantenendo l’aspetto esteriore delle istituzioni repubblicane.
Fu console, tribuno della plebe, comandante supremo delle forze armate.
Fu Princeps, il “primo” tra i senatori, non re. Non tiranno, ma primo cittadino. Ed è proprio questa ambiguità a permettergli di governare Roma per oltre quarant’anni.
Augusto costruisce Roma
Augusto non voleva soltanto governare Roma: voleva trasformarla. Diceva di aver trovato una Roma di mattoni e di averla lasciata di marmo.
Il Foro di Augusto, il tempio di Marte Ultore, l’Ara Pacis, il Mausoleo, i nuovi templi e le opere pubbliche costruirono fisicamente la nuova immagine della città.
Ma insieme ai monumenti costruì anche un messaggio: Roma era finalmente tornata alla pace. Gli dèi proteggevano la città. La famiglia imperiale garantiva il futuro. Il passato repubblicano non era stato cancellato: era stato inglobato nel nuovo ordine. Persino il suo modo di apparire aveva una funzione politica.
Augusto non viene rappresentato mai come un uomo anziano, malato, fragile. Le sue statue lo mostrano eternamente giovane, bello, composto: è il corpo ideale del potere.
Il moralizzatore che non amava troppo le regole
Augusto amava presentarsi come restauratore degli antichi valori romani. Pietas, rispetto degli dèi, della famiglia e delle tradizioni. Ma qui compare un Augusto molto più umano e decisamente contraddittorio.
Preoccupato del calo delle nascite nelle famiglie aristocratiche, promulgò leggi contro l’adulterio e a favore della moralità familiare. Solo che, secondo Svetonio, la sua vita privata non era esattamente quella di un moralista. Le fonti antiche lo accusano di numerose relazioni e Antonio, in una lettera privata, ironizzava proprio su questo suo atteggiamento. È una delle caratteristiche più interessanti di Augusto: pretendeva dagli altri una disciplina che non sempre applicava a se stesso.
Ma forse anche questo fa parte del personaggio.
Perché Augusto non fu un santo, ma un politico straordinariamente intelligente che capì molto bene che gli uomini non seguono necessariamente chi è migliore di loro: seguono chi sa dare un senso al mondo in cui vivono.
L’uomo dietro il monumento
Svetonio ci restituisce anche un Augusto molto diverso dal personaggio monumentale: era piuttosto basso, cagionevole, soffriva il caldo e il freddo, era superstizioso e aveva un particolare terrore dei fulmini. E amava giocare a dadi.
Ma aveva occhi così vivi e penetranti che, secondo Svetonio, chi sosteneva il suo sguardo finiva per abbassare gli occhi. Non era il guerriero gigantesco della tradizione, non era Alessandro Magno né Cesare: La sua forza era altrove. Era nella mente.
Augusto e la Sibilla
C’è infine una leggenda romana che sembra quasi anticipare il futuro: la troviamo legata alla zona dell’Ara Coeli.
La tradizione racconta che Augusto, essendo stato acclamato come divus, avesse chiesto alla Sibilla se fosse opportuno lasciarsi venerare come una divinità. La Sibilla lo sottopose a un digiuno. Poi gli mostrò una visione: una Vergine con un Bambino apparve nel cielo, mentre una voce annunciava che quel bambino sarebbe stato il vero Re.
Augusto avrebbe allora rinunciato a farsi adorare come dio. Secondo la leggenda, in memoria di quella visione sarebbe nata l’Ara Coeli, l’“ara del cielo”. Sulle sue fondamenta sarebbe sorta, secoli dopo, la chiesa di Santa Maria in Ara Coeli.
Naturalmente siamo davanti a una tradizione cristiana molto posteriore. Ma il racconto è affascinante perché mette in scena, ancora una volta, il grande tema della vita di Augusto: chi è davvero destinato a governare il mondo?
E poi arrivò Ferragosto
Ed eccoci finalmente al punto da cui eravamo partiti. Nel 18 a.C., Augusto istituì le Feriae Augusti.
Non si trattava semplicemente di una giornata di vacanza, ma di un periodo festivo che si collegava alle numerose celebrazioni agricole già presenti nel mese di agosto.
Era la festa del riposo dopo le fatiche dei lavori agricoli, un tempo di celebrazione, un tempo di pausa. Un tempo in cui anche gli animali da lavoro venivano liberati dalla fatica e adornati con fiori e in tutto l’Impero si organizzavano corse di cavalli e feste.
E c’è una curiosità straordinaria: alcune di queste tradizioni sembrano sopravvivere ancora oggi: a Siena, il 16 agosto, si corre il Palio dell’Assunta. E quella parola — Palio — deriva dal latino pallium, il prezioso drappo di stoffa che nell’antichità costituiva il premio delle corse.
Il Ferragosto originario cadeva però il 1° agosto: sarà la tradizione cristiana, molti secoli più tardi, a spostare la grande festa al 15 agosto, facendola coincidere con l’Assunzione di Maria.
E poi arriverà un altro Augusto, molto più vicino a noi. Nel Novecento il regime fascista trasformerà il Ferragosto in una grande occasione di mobilità popolare. Nascono i celebri “treni popolari”, che tra il 1931 e il 1939 permettevano a moltissimi Italiani di viaggiare a prezzi fortemente ridotti. Per molte famiglie è la prima occasione per vedere il mare o la montagna o una città d’arte.
E poiché il viaggio non comprendeva il vitto, nasce anche un’altra tradizione destinata a diventare italianissima: il pranzo al sacco.
Duemila anni dopo
E allora forse il Ferragosto è molto più romano di quanto immaginiamo. È una festa nata dal potere, diventata festa agricola, trasformata dalla tradizione cristiana, rivisitata dalla politica del Novecento.
E infine diventata, per tutti noi, una giornata di libertà, di viaggio e di riposo.
Ma c’è qualcosa che rimane: il gesto di fermarsi.
Augusto lo aveva capito molto bene: governare significa anche stabilire quando gli uomini devono lavorare, quando devono celebrare, quando devono ricordare e persino quando devono riposare.
Per questo, mentre il 15 agosto ci prepariamo a partire, a mangiare insieme, a cercare un po’ d’ombra o a tuffarci in mare, possiamo ricordare che sotto questa parola così italiana — Ferragosto — sopravvive ancora il nome di un uomo vissuto più di duemila anni fa.
Un uomo che nacque con il nome di Gaio Ottavio, diventò l’erede di Cesare, sconfisse Antonio e Cleopatra. Trasformò la Repubblica in qualcosa che non aveva mai avuto un nome preciso costruendo una nuova Roma.
E alla fine fece una cosa ancora più sorprendente: riuscì a entrare nel nostro calendario.
Ogni 15 agosto, senza saperlo, continuiamo a festeggiare Augusto.
Anna Maria




