Tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60 Dalì viene incaricato dal governo italiano di realizzare 100 illustrazioni delle tre cantiche della Divina Commedia, da pubblicare nel 1965, in occasione del settimo centenario del Sommo Poeta.
Ma perché Dalì, che è spagnolo? E’ quello che si chiedono anche gli artisti italiani, che protestano per la scelta.
Intanto, il pittore catalano dipinge, instancabile, le 100 tavole, che vengono presentate per la prima volta il 14 maggio del 1954 a Palazzo Pallavicini Rospigliosi a Roma, pronti per essere pubblicati dall’Istituto Poligrafico dello Stato.
Le polemiche però si fanno sempre più accese e, al cambio di governo, si decide di revocare la commissione a Dalì, che nel frattempo si era anche innamorato del poema, fino quasi all’ossessione.
Dopo 4 anni, come da contratto, Dalì rientra in possesso delle tavole e le vende a un editore francese., Joseph Foret, che le pubblica nel 1960 col titolo di 100 aquarelles pour la Divine Comédie de Dante Alighieri par Salvador Dalí.
Per l’Italia, invece, sarà un produttore cinematografico, da poco entrato nell’editoria, a comprarne i diritti per una nuova edizione della Commedia. Il suo nome è Milko Skofic ed è, all’epoca, sposato con Gina Lollobrigida.
Nel 1963 l’opera è pronta, divisa in 6 volumi, due per ogni cantica. È un’opera meravigliosa, che viene stampata in edizione limitata – solo poco più di 3000 esemplari – che oggi valgono una fortuna e raramente vengono esposti nei musei.
Attraverso di essi, entriamo non solo nel viaggio di Dante, ma anche nell’immaginazione e nel mondo interiore di Dalì.
Il pittore catalano sceglie di non usare i colori classici che ci aspetteremmo (il rosso per l’inferno, l’azzurro per il paradiso), ma ne dà un’interpretazione assolutamente personale: il personaggio e l’emozione del canto sono privilegiate rispetto al fatto raccontato e non tutti i personaggi ricevono un’illustrazione: solo quelli che piacciono a Dalì (per esempio, mancano incredibilmente Paolo e Francesca, a cui il pittore preferisce Achille e Polissena).
Dalì diventa Dante, si immerge totalmente nel racconto, tanto che alle tavole non dà nemmeno un titolo o un riferimento e ancora oggi non è facile ricollegarle al canto che rappresentano. A chi gli chiedeva il perché di questa mancanza, Dalì rispondeva: “non lo so, ho solo dipinto. Non ho nemmeno mai letto la Divina Commedia”.
L’ennesima provocazione di un genio che ne aveva incontrato un altro, molto distante nel tempo, e se ne era innamorato fino a fondersi in lui.
L’INFERNO
L’Inferno di Dalì è onirico, grottesco, inquietante, in contrasto con l’immaginario comune di Dorè o Blake, che vedevano l’inferno come nero, buio, oscuro.
L’Inferno di Dalì ha colori vividi, luci accecanti, esasperate, i personaggi sono inseriti in paesaggi aridi come la Catalogna, terra natale del pittore.
È forte il senso di straniamento, inquietudine, la durezza del viaggio che Dante sta per compiere.

IL PURGATORIO
Anche qui Dalì predilige scene di personaggi solitari e paesaggi aridi e rocciosi, a differenza di Dante che nel Purgatorio mette scene caotiche di gruppo.
Il pittore, però, ancora una volta è concentrato sul viaggio di Dante, che diventa sempre di più il viaggio di Dalì.
E in questo viaggio troviamo figure carnose, materiali, i corpi pesanti e affaticati dallo sforzo di resistere al peccato: nel Purgatorio, infatti, non sono puniti i peccati, di cui le anime qui si sono pentite, ma la nostra tendenza verso i vizi capitali.
Il Purgatorio, per Dalì, è un viaggio dentro noi stessi che si apre con l’inquietante immagine di un angelo caduto.

I cassetti sul corpo dell’Angelo, che li studia col capo chino, sono proprio la metafora della fatica di guardarsi dentro, prendendo anche dei lati di noi più sporchi, malati, segreti.
I cassetti aperti sono simbolo di questo scavare dentro di noi e testimoniano l’interesse e la fascinazione di Dalì (così come di tutti i Surrealisti) per le teorie e la psicanalisi di Freud.
IL PARADISO
Disse Dalì: “Il Paradiso non sta né sopra né sotto, né a destra né a sinistra, ma esattamente al centro del petto dell’uomo che ha fede”
Per questo motivo, forse, qui non abbiamo luoghi, le figure sembrano levitate, sospese. I corpi sono leggeri, spesso privi di connotati.
I colori sono lievi, sereni, rarefatti, quasi sospesi.
Una tavola ci cattura, tra tutte: un ritratto di Dante, con la tunica rossa, l’alloro e il naso aquilino, come tradizione vuole. Il volto del poeta, però, appare scavato, affaticato, provato.
Dante è arrivato in Paradiso, finalmente: ma quanta fatica, quanto dolore ha dovuto attraversare per essere lì?

Questa Divina Commedia, così intima ed emozionale, è forse la rappresentazione più vicina a Dante che sia mai stata realizzata. Così come il Sommo Poeta attraverso il suo sapiente uso della parola scritta, tra allitterazioni e onomatopee, ci rende partecipi del suo viaggio, tentando di far rivivere in noi le sue stesse paure, angosce e soddisfazioni, allo stesso modo Dalì, attraverso le pennellate e la scelta di colori e ambienti, ci permette di entrare in questo poema immenso, da Dalì stesso definito come “l’opera letteraria più Surrealista”.
Giulia Faina
Visita guidata tematica: Salvador Dalì, tra arte e mito – mostra al Museo della Fanteria




