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Perché Trilussa non si sposò mai?

Belle donne, corteggiamenti, amori finiti male e persino una profezia sulle corna: attraverso una delle sue poesie più divertenti, Trilussa sembra raccontarci come mai rimase scapolo. Ma quanto c’è di vero in questa storia?

Agli inizi del Novecento Carlo Alberto Salustri, meglio noto come Trilussa, è ormai uno dei protagonisti della vita culturale e mondana della Roma del tempo. È affascinante, colto, elegante e ha un aspetto che difficilmente passa inosservato: è molto alto, veste con cura e porta i baffi perfettamente acconciati, con la caratteristica ondina all’insù.

Trilussa è uno degli uomini più interessanti della città: poeta affermato, frequentatore di salotti e teatri, capace di conquistare il pubblico con i suoi versi e con la sua conversazione.

Eppure, nonostante il suo successo, col pubblico ma anche con le donne, Trilussa non si sposerà mai.

Ma perché?

Forse una risposta possiamo cercarla proprio nelle sue poesie.

Le donne di Trilussa

Che il giovane Trilussa fosse affascinato dalle belle donne lo dimostra già una delle sue prime opere.

Nel 1889, a soli diciotto anni, pubblica Stelle de Roma. Versi romaneschi, il suo primo volume autonomo. La raccolta riunisce venti madrigali scelti tra quelli che aveva pubblicato sul Rugantino nella rubrica Stelle de Roma: componimenti dedicati alle ragazze più belle della capitale, spesso indicate con nome e cognome. Il successo è notevole e contribuisce a rendere popolare il giovanissimo poeta.

Le “stelle” di Trilussa sono giovani donne reali, celebrate per la loro bellezza e trasformate dal poeta in protagoniste dei suoi versi. Già agli esordi, insomma, il rapporto tra Trilussa, la poesia e il fascino femminile è strettissimo.

Ma, col tempo, il poeta si fa più cinico e gli amori cantati da Trilussa non sono sempre destinati a durare.

Lo dimostra, molti anni dopo, A Villa Medici, componimento incluso nelle Nove poesie del 1910.

Qui il poeta ricorda le passeggiate romantiche con la donna amata, tra i vialetti e le grotte di Villa Medici, luoghi che sembrano fatti apposta «pe’ fa’ passà le coppie innammorate». Ci racconta dei baci, delle parole dolci, delle promesse d’amore…

Ma l’eternità dura poco.

«L’amore eterno» finisce infatti all’inizio dell’inverno, e la rottura è tutt’altro che elegante: accuse, insulti e una lite che lascia Trilussa ferito, ma anche, a suo dire, istruito per il futuro.

Da quel momento, ogni volta che torna a Villa Medici con una nuova ragazza (perché sì, era uno di quelli che portava tutte le ragazze nello stesso luogo da rimorchio), il ricordo della vecchia storia torna a fargli da monito. Anche il nuovo amore, pensa, prima o poi finirà.

Una sorta di allenamento al disincanto.

E allora arriviamo alla domanda: se Trilussa aveva avuto tante occasioni e conosciuto l’amore, perché non si sposò mai?

Come fu che nun prese moje

Forse la risposta ce la offre lui stesso, in una poesia dal titolo quanto mai esplicito: Come fu che nun presi moje.

Il componimento sembra, almeno in apparenza, un ricordo autobiografico. Trilussa racconta di incontrare nuovamente, dopo molti anni, una donna chiamata Nina. La trova cambiata, ingrassata, molto diversa dalla ragazza che ricordava.

Il suo aspetto, però, fa riaffiorare il ricordo del primo incontro.

All’epoca Nina aveva sedici anni, era «palida, bionda, fina, delicata» e Trilussa, giovane anche lui, la incontrava ogni mattina mentre andava a scuola, accompagnata da una servetta.

Un giorno finalmente trova il coraggio di fermarla.

Le confessa di essere interessato a lei e le consegna persino un bigliettino, infilato dentro la sua Grammatica.

E qui arriva la sorpresa: Nina sembra ricambiare.

Ma, come spesso accade nelle storie d’amore, c’è un ostacolo.

Per poterla corteggiare seriamente, Trilussa deve parlare con suo zio.

Gli indica anche l’indirizzo: via dell’Oca 106.

L’indicazione sembra precisissima. E, in effetti, via dell’Oca esiste ed è una delle strade del centro storico romano, nei pressi di piazza del Popolo.

Ma quel numero civico è un piccolo mistero.

Il 106 indicato da Trilussa non corrisponde oggi a un civico esistente. Non sappiamo se si tratti di una modifica successiva della numerazione, di un dettaglio inventato o di uno dei tanti piccoli giochi con cui il poeta costruisce le proprie storie.

E forse è proprio questo il bello: la poesia ci dà l’impressione di essere davanti a un ricordo vero, ma allo stesso tempo dissemina il racconto di dettagli che ci fanno dubitare.

Quando una lettera può cambiarti la vita

Trilussa arriva dunque all’appuntamento.

È emozionato, naturalmente. Ma soprattutto sembra aver dimenticato un dettaglio fondamentale: Nina gli aveva detto di cercare il nome Macchia.

E invece, sulle targhette della porta, legge:

«Professor Pietro Nacchia, chiromante.
Consultazioni dalle tre alle sette».

Una sola lettera e improvvisamente quella che doveva essere la visita a uno zio severo si trasforma nell’appuntamento con un chiromante.

Trilussa suona.

Ad aprire è la serva, che lo accoglie e lo accompagna all’interno della casa, mentre un piccolo cane abbaia furiosamente al suo ingresso.

Poi compare il professore.

E la prima domanda che gli rivolge non è certo quella che il giovane innamorato si aspettava:

«Vô forse che je legga ne la mano?»

Trilussa viene colto alla sprovvista, ma vuole sposare Nina a tutti i costi.

Così, come scrive lui stesso, «feci l’indiano».

Si siede e lascia che il professor Nacchia gli legga la mano.

Il destino ha già deciso

Il verdetto sembra inizialmente positivo: il giovane ha talento e avrà fortuna.

Ma c’è un problema.

Il professore osserva le linee della mano e individua un punto in cui il destino sembra interrompersi:

«Badi a le donne. Onesta o nun onesta
cerchi de nun sposanne mai nessuna:
ché qualunque ne pija, o bionda o bruna,
ciavrà più corna che capelli in testa.»

Il responso è inequivocabile, il giovane Trilussa non può che prendere atto della sentenza.

Ringrazia, lascia 5 lire sul tavolo al professore e se ne va avvilito e scoraggiato.

Molti anni dopo, però, guardando indietro, quelle cinque lire non gli sembrano più affatto soldi sprecati.

Anzi.

«Se nun m’avesse letto l’avvenire,
chissà… forse a quest’ora… Quante vorte
ho benedetto quele cinque lire!»

Una profezia o uno scherzo?

Come fu che nun presi moje sembra raccontare la spiegazione della vita da scapolo di Trilussa: non si sposò perché un chiromante gli aveva predetto un futuro matrimoniale disastroso.

Ma possiamo davvero credergli?

Non abbiamo elementi sufficienti per considerare l’episodio di Nina e del professor Nacchia un fatto autobiografico realmente accaduto. E questo è particolarmente interessante se pensiamo al modo in cui Trilussa costruiva la propria figura pubblica.

Il poeta amava raccontare la vita quotidiana, osservare i comportamenti degli altri e trasformarli in piccoli racconti in versi. La sua poesia nasce spesso proprio dall’incontro tra realtà e invenzione, tra osservazione e caricatura.

In questo caso, poi, la costruzione narrativa è quasi perfetta: il primo amore, il corteggiamento, l’equivoco, il chiromante, la profezia e infine la battuta conclusiva che ribalta tutto.

Non sappiamo, dunque, se Trilussa abbia davvero incontrato Nina, se sia davvero esistito il professor Pietro Nacchia o se quelle cinque lire siano mai state pagate.

Ma forse non è questo il punto, perché Trilussa non ci sta raccontando soltanto come fu che non prese moglie.

Ci sta raccontando, con il suo consueto umorismo, come si può trasformare anche una delusione sentimentale in una fortuna!

Di seguito, vi lasciamo il testo completo della poesia.

Trilussa, Come fu che nun presi moje

I

Hai visto Nina, come s è ingrassata?
Pare propio una botte che cammina!
Invece a sedici anni era carina,
palida, bionda, fina, delicata…

Io l’incontravo spesso la matina
quanno ch’annava a scôla, accompagnata
da una servetta zozza e scarcagnata
che doveva chiamalla signorina.

Fu appunto un giorno che sortì da scôla
che me feci coraggio e la fermai:
— Signorina… permette una parola?

Lei nun pô crede quanto m’è simpatica…
anzi… j’ho scritto questo… — E j’infilai
un bijettino in mezzo a la Grammatica.

II

— Se cià bone intenzioni — disse lei —
bisogna che ne parli co’ mi’ zio…
— Se nun è che per questo, — feci io —
fra quarche giorno me deciderei… —

Dice: — Sto a Via dell’Oca, centosei:
troverà scritto Macchia: er nome mio;
però stia attenta, pe’ l’amor de Dio!,
che zi’ Pietro è severo… e nun vorrei… —

Dico: — Nun pensi… — E un po’ de giorni doppo
me presentai glorioso e trionfante
fino su a casa, e cominciò l’intoppo.

Defatti lessi sopra du’ targhette:
«Professor Pietro Nacchia, chiromante.
Consultazioni dalle tre alle sette».

III

— Sonai. M’oprì la serva. — È compermesso?
— Uh, — dice — chi se vede! er signorino!
Che venga puro! — E con un bell’inchino
me fece l’atto che j’annassi appresso.

Ma, appena entrato, un boja cagnolino
che stava ne la cammera d’ingresso
incominciò a abbajà come un ossesso
manco s’avesse visto un assassino.

La serva, un po’ pe’ fa’ li comprimenti,
un po’ pe’ fa’ sta’ zitta quel’arpìa,
sentivo che diceva fra li denti:
— Er professore: credo che ce sia…

Zitto, Lullù! S’accomodi… Accidenti…
Favorisca… A la cuccia!… Passa via! —

IV

Immagginate un po’ che sbatticore
quanno s’oprì una porta piano piano
e sbucò fòra un omettino anziano
che fece segno de nun fa’ rumore.

Poi chiese: — Che desidera er signore?
Vô forse che je legga ne la mano? —
Io ch’avevo da fa’? Feci l’indiano
e dissi: — Pe’ l’appunto, professore…

— Va bene; — me rispose — in de ‘sto caso,
se metta a sede… — Se schiaffò l’occhiali,
me guardò ne la mano e aggricciò er naso.

— Lei — dice — è un giovanotto de talento,
però sente l’influssi mercuriali…
— È vero, — j’arisposi — me li sento. —

V

Dice: — Guardi ‘ste righe. Vede questa?
Significa che lei ciavrà fortuna:
ma tra er monte de Venere e la Luna
c’è un punto che se spezza e je s’aresta.

Badi a le donne. Onesta o nun onesta
cerchi de nun sposanne mai nessuna:
ché qualunque ne pija, o bionda o bruna,
ciavrà più corna che capelli in testa.

— Grazzie! — je dissi; e doppo avé posato
una carta da cinque sur pianforte
me n’agnedi avvilito e scoraggiato.

Se nun m’avesse letto l’avvenire,
chissà… forse a quest’ora… Quante vorte
ho benedetto quele cinque lire!

Giulia Faina

 

 

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