Quando pensiamo alla Sibilla Cumana del Domenichino (Bologna, 1581 – Napoli, 1641), la mente corre subito a quella custodita alla Galleria Borghese.
Ma di Sibille il Domenichino ne ha fatte ben quattro, due non sono in Italia (una è alla Wallace Collection di Londra e l’altra in una collezione privata scozzese) e oltre alla citata Borghese, un’altra è ai Musei Capitolini.

Ma chi era la Sibilla Cumana? Figlia di Glauco il suo nome era Deifobe. Rifiutò le avances di Apollo che in cambio di un desiderio – lei chiese di vivere tanti anni quanti erano i grani di sabbia che stringeva nella sua mano – la volle almeno come sua sacerdotessa. Mai competere con un dio! Deifobe infatti non pensò di chiedere anche che tutta la freschezza della sua gioventù rimanesse integra e quando capì che stava invecchiando, Apollo si fece nuovamente avanti ma lei preferì l’inviolabile castità all’eterna giovinezza. Invecchiata fino a scomparire, di lei non rimase che un sibilo, la sua voce, con la quale, ispirata da Apollo, proferiva i suoi oracoli dal fondo di un antro del tempio della divinità, nei pressi di Cuma; quindi da sibilo, Sibilla, da Cuma, Cumana
Vediamo ora come il Domenichino ci racconta questo mito
Sostanzialmente le tele della Galleria Borghese e dei Musei Capitolini sono molto simili. Guardiamo con attenzione quella dei Capitolini, realizzata nel 1622, cinque anni dopo la Borghese, che ricevette la diretta committenza da Scipione

Dall’apertura verso l’esterno spunta la pianta di alloro, simbolo del dio Apollo; sulla stessa scende un ricco tendaggio annodato dai toni dorati. Altro simbolo di Apollo è la cetra che si nota dietro il braccio sinistro della Sibilla, strumento musicale tipico del dio della musica.
La Sibilla ha lo sguardo rivolto verso l’alto con il volto a tre quarti e le labbra leggermente socchiuse, simbolo delle sue attività profetiche. Il morbido e ricco turbante le cinge il capo e lascia intravedere i capelli scuri che non coprono l’orecchino pendente. Ha un abito dorato con ampie maniche bianche e sopra le braccia scende un morbido panneggio rosso. Tra le mani ha un libro aperto e un cartiglio: su quest’ultimo si legge una scritta in greco che tradotta significa “C’è un solo Dio infinito e non generato”. Si tratta di un rimando alla IV Egloga nelle Bucoliche di Virgilio nella quale si prevede l’arrivo di un bambino che avrebbe riportato l’età dell’oro: una profezia che in chiave cristiana annunciava l’arrivo di Gesù nel mondo.
Non a caso Sibille e Angeli sono spesso ritratti insieme: diventano infatti le divulgatrici del Verbo riportato dagli Angeli. Sublime è la rappresentazione in Santa Maria della Pace realizzata da Raffaello.
Mirabile, dunque, la giovane che volge lo sguardo verso l’alto quasi ad ascoltare la profezia con la bocca semiaperta, pronta ad emettere un suono, un canto; il suo viso dolce e delicato ha i toni rosei della fanciullezza. I capelli avvolti in quel morbido, lussuoso turbante, come fastoso e ricco nei panneggi è l’abito che indossa color dell’oro; le sue mani lisce e delicate sono poggiate su un libro.
Ecco come che si mostra all’osservatore la Sibilla del Domenichino che ha immortalato sulla sua tela il volto bellissimo di sua moglie, Marsibilia Barbetti, che fece da modella in vari dipinti dell’artista
Certamente, da maestro del classicismo seicentesco qual era, la raffigurazione della sibilla è stata tema a lui caro, poiché in molti casi proprio nella mitologia trovava la sua ispirazione quell’epoca in cui il ritorno ai temi e alla cultura classica era fondamentale. Personaggi mitologici spesso calati in un paesaggio occupavano le tele dell’artista bolognese, a cui inoltre egli donava una raffinatezza e una delicatezza uniche e una presenza scenica quasi teatrale.
Grande la capacità pittorica del Domenichino, dunque, caratterizzata da raffinatezza, compostezza e da una notevole cura nei dettagli.
Quattro Sibille, perché? Vero è che erano soggetti molto battuti a quell’epoca, ma allo Zampieri hanno consentito di illustrare altri aspetti delle sue conoscenze, come quella musicale, e di mettere in pratica le sue doti nella ritrattistica.
L’opera era testimoniata nella prima metà del Settecento nella collezione romana della famiglia Pio; nel 1750 è stata ceduta a papa Benedetto XIV, colui a cui si deve la nascita della Pinacoteca Capitolina, eccezionale custode di opere somme, ahimé, troppo sconosciuta ai Romani!
Anna Maria
Visita guidata tematica: La Pinacoteca capitolina e il Palazzo Nuovo, collezioni senza eguali




