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Il Ratto di Proserpina: quando Bernini trasformò il marmo in carne viva

Ci sono opere che si ammirano. E poi ci sono opere che si vivono.

Il Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini, conservato alla Galleria Borghese, appartiene a questa seconda categoria. Davanti a questo capolavoro non si resta semplicemente spettatori: si viene trascinati dentro un vortice di emozioni, di forza, di dolore e di meraviglia, dimenticando persino che ciò che abbiamo davanti non è carne, ma marmo.

E forse è proprio questo il miracolo di Bernini.

Il ragazzo che sfidò il marmo

Nato a Napoli nel 1598, figlio dello scultore Pietro Bernini, Gian Lorenzo cresce respirando arte fin dall’infanzia. Il suo talento è così precoce da sembrare quasi soprannaturale: scolpisce già da bambino e, poco più che adolescente, riceve commissioni importanti.

Il vero incontro destinato a cambiargli la vita è quello con il cardinale Scipione Borghese, il più raffinato collezionista della Roma del Seicento. Tra il 1619 e il 1625 gli affida quattro grandi gruppi scultorei: Enea e Anchise, Il Ratto di Proserpina, David e Apollo e Dafne.

Con queste opere il giovane Bernini rivoluziona definitivamente la scultura: non rappresenta più figure immobili, ma il tempo stesso.

L’istante che cambia il destino del mondo

Il mito proviene dalle Metamorfosi di Ovidio.

Proserpina, figlia di Cerere e di Giove, sta raccogliendo fiori sulle rive del lago di Pergusa, nei pressi di Enna, in Sicilia. È un’immagine di assoluta serenità. Ma all’improvviso la terra si apre. Dal regno sotterraneo emerge Plutone, dio degli Inferi, accecato dalla passione che Cupido gli ha infuso con una freccia. La afferra e la trascina con sé.

Bernini non scolpisce il prima né il dopo: sceglie l’unico istante impossibile da fermare, quello in cui tutto accade, l’attimo in cui il destino cambia direzione.

Il marmo diventa pelle

È impossibile non guardare le mani di Plutone. Le dita affondano nel fianco e nella coscia di Proserpina con tale naturalezza da far dimenticare il materiale di cui l’opera è fatta.

Non sembra marmo. Sembra pelle.

Le carni cedono sotto la pressione delle dita, mentre il volto della giovane si contrae nel pianto e una lacrima scivola lungo la guancia.

È uno dei più incredibili virtuosismi della storia della scultura.

Bernini ha appena ventitré anni, eppure riesce a piegare il marmo alla propria volontà come fosse cera.

Un vortice di energia

La forza dell’opera non nasce soltanto dalla perfezione tecnica, ma dal movimento.

Plutone avanza con tutta la potenza del suo corpo. Proserpina oppone una forza uguale e contraria.

Lei respinge. Lui trattiene.

Lei sale verso la luce. Lui la trascina nelle profondità della terra.

È proprio dallo scontro di queste due energie opposte che nasce quel vortice ascensionale che avvolge l’intero gruppo.

Come una tromba d’aria si forma dall’incontro di masse d’aria diverse, così qui il movimento nasce dall’urto dell’energia maschile e di quella femminile.

Bernini non scolpisce soltanto due corpi. Scolpisce la forza invisibile che li attraversa.

Una scultura da percorrere

Questa è una delle prime opere nelle quali Bernini invade realmente lo spazio dello spettatore.

Non esiste un solo punto di vista privilegiato. Bisogna girare intorno alla scultura. Ogni passo rivela una scena diversa, un equilibrio nuovo, una tensione differente.

La scultura diventa teatro, diventa racconto, diventa spettacolo.

È il Barocco nella sua forma più alta.

Cerbero, il custode del tempo

Ai piedi dei protagonisti compare Cerbero, il cane infernale dalle tre teste. Sembra quasi un dettaglio narrativo. In realtà svolge due funzioni. La prima è tecnica: sostiene il peso dell’intero gruppo, contribuendo all’equilibrio della composizione; la seconda è simbolica: le sue tre teste possono essere lette come il passato, il presente e il futuro.

Il tempo stesso custodisce la soglia dell’Ade. Ed è proprio il tempo il vero protagonista di questa storia, perché nessun potere è eterno.

Il marmo e il regno sotterraneo

C’è poi un dettaglio quasi poetico. Il marmo nasce nelle profondità della terra, modellato in milioni di anni dalla pressione delle montagne. È una materia che proviene proprio dal sottosuolo, quindi dal regno di Plutone.

È come se Bernini avesse utilizzato la stessa sostanza del dio per raccontarne il mito. È un’idea quasi alchemica: il dio degli Inferi che prende forma attraverso la pietra nata nel suo stesso regno.

Oltre il mito

Il Ratto di Proserpina racconta molto più di una vicenda mitologica. Parla del ciclo delle stagioni: quando Cerere perde la figlia, la terra diventa sterile; quando Proserpina torna per sei mesi sulla terra, la natura rifiorisce.

A sancire definitivamente il suo legame con gli Inferi saranno i chicchi di melograno che mangerà nel regno di Plutone. Non è un caso: il melograno è il frutto che chiude l’estate e apre l’autunno. È il simbolo del passaggio, della soglia, del cambiamento.

Un’opera piena di significati

Eppure ridurre quest’opera a un semplice racconto mitologico sarebbe un errore. Dietro il rapimento di Proserpina si cela un messaggio molto terreno, legato alla Roma dei papi e al potere dei cardinali.

Infatti, c’è da chiedersi, perché un cardinale scelse proprio questo soggetto? La risposta è molto più politica che mitologica.

Plutone deriva da Ploutos, “ricchezza”. È il dio che custodisce i tesori nascosti nel sottosuolo.

Scipione Borghese, il potentissimo cardinal nepote di papa Paolo V, potrebbe aver scelto questo mito anche come simbolo della propria fortuna e del proprio potere.

Ma c’è di più.

L’opera fu infatti donata al nuovo cardinal nepote, Ludovico Ludovisi, come un raffinato messaggio politico: il potere è fragile, può svanire all’improvviso, proprio come Plutone irrompe nella vita di Proserpina. È un invito alla misura, alla consapevolezza della brevità della gloria umana.

Non a caso sulla base era incisa un’epigrafe composta dal cardinale Maffeo Barberini, il futuro Urbano VIII, nella quale era la stessa Proserpina a rivolgersi allo spettatore, chiedendogli di osservare la sua tragica sorte.

La sfida con Michelangelo e con Giambologna

Per un giovane di ventitré anni quest’opera rappresentava anche una dichiarazione di guerra artistica.

Bernini si confrontava con giganti come Michelangelo e con il celebre Ratto della Sabina del Giambologna.

Ma mentre il manierismo cercava l’eleganza della forma, Bernini cerca qualcosa di completamente diverso.

La vita, il sangue, il respiro, l’erotismo, la paura e persino la violenza.

Probabilmente guardava anche a Rubens, presente proprio nelle collezioni Borghese, cercando di tradurre nel marmo quella morbidezza della carne che il pittore fiammingo sapeva ottenere con il colore.

E ci riuscì.

Il miracolo del Barocco

Forse il segreto del Ratto di Proserpina non è soltanto la perfezione tecnica. È la sua capacità di parlare contemporaneamente a livelli diversi.

È mito, è teatro, è politica, è filosofia, è simbolo. È astrologia, se vogliamo leggere nell’abbraccio tra Plutone, Giove e Cerere anche l’eco di una congiunzione cosmica.

È persino una riflessione sul mistero della materia, sul marmo che nasce nelle profondità della terra per trasformarsi, grazie al genio dell’uomo, in qualcosa che sembra vivo.

Davanti a quest’opera comprendiamo davvero perché Bernini sia considerato il più grande scultore del Barocco.

Perché non scolpisce semplicemente delle figure. Scolpisce l’invisibile. Ferma per sempre un istante che dura un solo battito di ciglia e lo rende eterno.

Ed è proprio in quell’istante sospeso che il marmo smette di essere pietra e diventa vita.

Anna Maria

Le immagini della scultura IL RATTO DI PROSERPINA sono scatti di Eleonora Gentili, socio Calipso; quella de IL RATTO DELLA SABINA del Giambologna è stata reperita su Wikipedia e ritenuta di pubblico dominio

Visita guidata tematica: Bernini e Borromini, duello d’artista

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