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L’arte giapponese del trovare la bellezza nella quotidianità

Esistono culture che insegnano a cercare la bellezza nello straordinario: nei grandi eventi, nei capolavori monumentali, nei momenti destinati a entrare nella storia. La tradizione giapponese, invece, invita spesso a rivolgere lo sguardo altrove: verso ciò che è semplice, fugace e apparentemente ordinario.

È proprio da questa sensibilità che nascono gli ukiyo-e, le celebri “immagini del mondo fluttuante”. Realizzate tra il XVII e il XIX secolo, queste stampe non raffigurano soltanto eroi, celebri poeti o battaglie. Al contrario, raccontano scene di vita quotidiana: una donna che si sistema l’acconciatura, un viandante sorpreso dalla pioggia, un attore di teatro, un paesaggio illuminato dalla luce del tramonto, il profilo del Monte Fuji che emerge all’orizzonte.

Il termine ukiyo significa letteralmente “mondo fluttuante” e allude proprio alla natura transitoria dell’esistenza. Tutto scorre, tutto cambia, tutto è destinato a svanire. Gli artisti dell’ukiyo-e sembrano aver accettato questa verità senza malinconia, trasformandola anzi in una fonte inesauribile di poesia. Attraverso la stampa, essi rendevano eterno ciò che nella realtà durava soltanto un istante: un’espressione del volto, il passaggio di una nuvola, la fioritura dei ciliegi, il movimento dell’acqua.

Tra i grandi maestri di questa arte spicca Hokusai, autore della celebre Grande Onda di Kanagawa. Anche nelle sue opere più famose, però, il vero protagonista non è soltanto la forza spettacolare della natura, ma il dialogo continuo tra ciò che è immenso e ciò che è effimero. Le onde si infrangono, le stagioni si susseguono, gli uomini passano; eppure, proprio in questa precarietà risiede la bellezza.

Questa idea è profondamente legata a uno dei concetti filosofici più affascinanti della cultura giapponese: il mono no aware. L’espressione può essere tradotta come “la commozione delle cose” intesa come “la consapevolezza della loro impermanenza”. Non si tratta di una tristezza fine a sé stessa, ma di una forma di sensibilità che nasce dalla consapevolezza che ogni cosa sia destinata a finire. Un fiore di ciliegio è bello proprio perché la sua fioritura durerà pochi giorni; un tramonto emoziona perché sappiamo che svanirà nel giro di pochi minuti.

Questa sensibilità trova una delle sue espressioni più celebri nello hanami, l’antica tradizione giapponese di ammirare la fioritura dei ciliegi. Ogni primavera, milioni di persone si riuniscono nei parchi per contemplare i delicati petali rosa dei sakura, consapevoli che il loro splendore durerà soltanto pochi giorni. Non è soltanto una festa della natura, ma una vera e propria celebrazione dell’impermanenza: i fiori sono tanto più preziosi proprio perché destinati a cadere. Nella loro breve esistenza si riflette la stessa idea che anima il mono no aware: la bellezza più intensa è spesso quella che non possiamo trattenere.

Gli ukiyo-e rappresentano perfettamente questo sentimento. Ogni stampa è una sorta di tentativo di trattenere l’inafferrabile, di conservare un frammento di vita prima che il tempo lo porti via. Guardandole oggi, a distanza di secoli, possiamo ancora percepire quella stessa meraviglia per gli attimi ordinari che spesso sfuggono alla nostra attenzione.

Forse è anche per questo che l’arte giapponese continua a parlare al pubblico contemporaneo. In un’epoca frenetica, dominata dalla ricerca costante della novità e dell’eccezionale, gli ukiyo-e ci ricordano che la bellezza non si trova necessariamente nei grandi eventi. Può nascondersi in una passeggiata sotto la pioggia, nella luce che attraversa una finestra, nel profilo di una montagna lontana o nella semplice consapevolezza che ogni momento, proprio perché destinato a passare, possiede un valore unico e irripetibile.

Giulia Faina

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