Il Ministero della Cultura ha ufficialmente acquisito uno dei ritratti più affascinanti e discussi del primo Seicento: il Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini, attribuito a Michelangelo Merisi da Caravaggio. L’atto di acquisto è stato firmato il 10 marzo presso il Ministero, alla presenza del ministro Alessandro Giuli, del direttore generale Musei Massimo Osanna e del direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica Thomas Clement Salomon.
L’opera, acquistata per 30 milioni di euro, entrerà stabilmente nelle collezioni di Palazzo Barberini, tornando così nel luogo che più di ogni altro custodisce la memoria della famiglia Barberini e il dialogo con la pittura del Merisi. Qui potrà confrontarsi con altri capolavori caravaggieschi, tra cui la celebre Giuditta che decapita Oloferne.
Ma al di là della straordinaria rilevanza dell’acquisizione, ciò che rende questo dipinto davvero unico è la sua straordinaria intensità ritrattistica, uno degli esempi più precoci e rivoluzionari della nuova concezione del ritratto inaugurata da Caravaggio.
Il giovane Maffeo Barberini
Il dipinto raffigura Maffeo Barberini, il futuro Papa Urbano VIII, quando aveva circa trent’anni, in un momento cruciale della sua carriera ecclesiastica.
La figura è rappresentata seduta, colta in un atteggiamento che rompe apertamente con la tradizione del ritratto ufficiale tardo-cinquecentesco. Il corpo è leggermente ruotato, mentre il volto e lo sguardo si dirigono al di fuori della tela, come se il personaggio fosse colto nel pieno di una conversazione o di un gesto interrotto.
La composizione è costruita su un raffinato gioco di diagonali e rimandi visivi.
La mano destra, leggermente sollevata, sembra indicare o sottolineare qualcosa, mentre il bracciolo della sedia, posto sul lato opposto, conduce lo sguardo verso l’altra mano che trattiene una lettera. È un movimento sottile ma carico di tensione narrativa: il ritratto non è più una semplice immagine statica, ma diventa un’azione sospesa, quasi un frammento di scena.
L’abbigliamento dell’effigiato contribuisce a definire con precisione il momento biografico rappresentato. Maffeo indossa la spettacolare veste da protonotaro apostolico, dai toni verdi profondi con fodera color rubino, sopra la cotta bianca. Sul capo porta un tricorno nero, mentre la stoffa preziosa e le pieghe del tessuto catturano la luce con una intensità tipicamente caravaggiesca.
Sulla sinistra della composizione compare inoltre una custodia tubolare, appoggiata allo scranno: si tratta del contenitore destinato ai documenti ufficiali, un dettaglio che rimanda con chiarezza alla carica di chierico della Camera Apostolica che Barberini ottenne nel 1598, proprio intorno ai trent’anni.
È un dettaglio apparentemente marginale ma carico di significato: quel cilindro per i documenti diventa il simbolo visivo di una carriera destinata a un’ascesa straordinaria.
L’ombra dello zio Francesco Barberini
Dietro la carriera del giovane Maffeo si staglia la figura fondamentale dello zio, Francesco Barberini, potente prelato della Curia romana che ne guidò fin dall’infanzia l’educazione e il destino.
Quando Maffeo aveva appena tre anni, alla morte del padre Antonio, fu proprio lo zio Francesco a prendersi cura di lui e a orientarne la formazione ecclesiastica. Fu ancora lui a favorire la sua nomina a protonotaro apostolico, una carica prestigiosa che apriva le porte alle più alte posizioni della gerarchia romana.
Il ritratto di Maffeo sembra dunque riflettere anche questo rapporto di continuità familiare, quasi una staffetta simbolica tra lo zio e il nipote.

Non a caso un altro dipinto, conservato nelle raccolte Corsini, raffigura un giovane prelato con la stessa veste da protonotaro. Per lungo tempo l’opera è stata identificata con il ritratto di Maffeo ricordato dalle fonti seicentesche. Tuttavia, la diversa qualità pittorica e alcune discrepanze fisionomiche hanno spinto molti studiosi a riconsiderarne l’identità.
È possibile infatti che quel ritratto rappresenti proprio lo zio Francesco Barberini, raffigurato idealmente nella sua giovinezza, mentre la tela oggi acquisita dallo Stato rappresenterebbe il vero ritratto del giovane Maffeo.
Il ritratto moderno secondo Longhi
La tela fu resa nota nel 1963 dal grande storico dell’arte Roberto Longhi, che ne riconobbe immediatamente la mano di Caravaggio.
Per Longhi il dipinto rappresentava qualcosa di assolutamente nuovo nella storia della pittura:
«Il ritratto appare qui come esempio di realtà atteggiata… il ritratto diventa azione, rappresentazione, dramma in nuce».
In questa intuizione critica si coglie perfettamente la natura rivoluzionaria dell’opera. Caravaggio trasforma il ritratto in presenza viva, eliminando ogni artificio retorico e concentrando tutta la tensione espressiva nel dialogo tra luce, gesto e psicologia.
Il volto di Maffeo emerge dalla penombra con quella straordinaria intensità luministica che caratterizza la pittura del Merisi negli anni intorno al 1598, quando l’artista iniziò — per usare la celebre espressione di Giovanni Pietro Bellori — a “ingagliardire gli oscuri”, dando vita a quei drammatici contrasti di luce e ombra che avrebbero segnato tutta la pittura barocca.
L’inizio di un destino
Nel momento in cui questo ritratto veniva dipinto, Maffeo Barberini era ancora un giovane prelato ambizioso.
Di lì a pochi anni sarebbe diventato cardinale, per poi essere eletto papa nel 1623 con il nome di Urbano VIII.
Il dipinto appare così, oggi, come una sorta di istantanea dell’inizio di un destino: la raffigurazione di un uomo che sta per intraprendere una vertiginosa ascesa al potere, colto nel momento esatto in cui la sua carriera ecclesiastica comincia a prendere forma.
Con l’acquisizione di questa tela, lo Stato italiano non ha soltanto recuperato un capolavoro di Caravaggio, ma ha restituito al pubblico uno dei ritratti più intensi e moderni dell’intera storia della pittura europea.
Anna Maria
Le immagini sono state scattate durante la visita guidata alla mostra Caravaggio 2025 e quindi di proprietà dell’Associazione Culturale Calipso




