La Pala di San Marco fu commissionata da Cosimo de Medici, il grande signore di Firenze, l’esempio di governante senza cariche ma che detiene le fila del potere economico, amministrativo, politico e civile.
Cosimo il Vecchio, Pontormo, 1519-1520, Uffizi
Era un banchiere ricchissimo, fondatore di una dinastia che nei secoli successivi ha veramente governato Firenze, in grado di condizionare le sorti di qualunque attività con la sua immensa potenza economica, tale da meritarsi il titolo di “Padre della Patria”, perché riuscì a portare a Firenze prosperità, benessere, immensa cultura, rendendo Firenze, in quel XV secolo, il Faro d’Europa e non solo d’Italia.
All’inizio del Quattrocento Firenze contava 50.000 abitanti e la sua immensa ricchezza era la Cultura. Lì erano giunti i sapienti fuggiaschi da Costantinopoli e lì a Emanuele Crisolora era stata offerta una cattedra universitaria; in cambio “la Città dei Fiori” aveva ottenuto che i testi salvati dai sapienti approdassero a lei. Quei testi erano una finestra sul mondo del passato che aveva raggiunto grandi traguardi dei quali però si era persa la traccia.
Forte del già grande patrimonio accumulato dal padre Giovanni, Cosimo cavalcò l’onda e divenne un grande mecenate, perché il mecenatismo era uno straordinario strumento di potere. E tra le sue grandi iniziative ci fu quella di ristrutturare il convento domenicano di San Marco.
La scelta del convento fu dettato più da interessi materiali che religiosi, anche perché è noto che Cosimo fosse religioso a modo suo. Anzi, la religione era per lui un vero strumento di propaganda, perché conosceva molto bene l’utilità di avere dalla sua parte i più potenti rappresentati del potere religioso.
Affidò quindi al suo architetto prediletto Michelozzo la ristrutturazione dell’edificio e pensò ad una pala d’altare che celebrasse la sua famiglia.
E a chi commissionarla se non a quel meraviglioso pittore, frate domenicano, nato a Vicchio con il nome di Guido, divenuto fra’ Giovanni da Fiesole e che, grazie alle meravigliose opere – tutte di carattere religioso – che uscivano dalla sua fiorente bottega, si era da subito guadagnato il soprannome de “L’Angelico”?

Siamo nel 1438 e quello che poi passerà alla storia come Beato Angelico, grazie a questo ulteriore appellativo che gli darà un secolo dopo il Vasari (verrà beatificato solo da Giovanni Paolo secondo nel 1982), concepisce una tavola, in verità una “macchina pittorica” che è una narrazione passata e contemporanea del committente. Perché, se da una parte narra la storia dei due santi tanto cari alla famiglia Medici – i taumaturgi Cosma e Damiano – dall’altra è una vera celebrazione della casata.
In quella Firenze di gran fervore artistico, pare che a quella pala ambisse Domenico Veneziano, all’epoca ventottenne, che poi avrà il merito di scegliere come collaboratore il grande Piero della Francesca. Questa ambizione è documentata da una lettera (conservata negli archivi) che il pittore scrisse a Piero del Medici, figlio di Cosimo, nella quale pur riconoscendo e elogiando le capacità artistiche dei due frati pittori, il carmelitano Filippo Lippi e il Beato Angelico appunto, manifestava la propria disponibilità a inserirsi in quell’immaginario artistico con qualche incarico. Benché Domenico Veneziano (soprannome di Domenico di Bartolomeo) non facesse chiaramente riferimento a quale opera ambisse, gli storici dell’arte sono oggi concordi nel ritenere che si trattasse proprio della Pala di San Marco.
La grande pala era composta oltre che dal pannello centrale, da una predella in base, pilastrini laterali e una cimasa superiore.
Il fervore per le opere di Beato Angelico nell’Ottocento fu tale che, durante le soppressioni napoleoniche, molte delle sue pale d’altare furono smontate e disperse. Anche la Pala San Marco non fu risparmiata e le sue tavole sono oggi custodite in musei di tutto il mondo, tra cui il Louvre, la National Gallery di Washington, l’Alte Pinakothek di Monaco e la National Gallery of Ireland di Dublino.
Un gruppo di appassionati Calipsini in viaggio di Capodanno ha potuto gioire degli sforzi dei curatori della mostra in corso in questi giorni a Palazzo Strozzi a Firenze, visitando la grandiosa mostra sul Beato Angelico e vedendo riunite 17 delle 18 tavole di cui era composta.

L’assetto originario è stato ricostruito grazie all’analisi dei supporti lignei e su indagini radiografiche. Il pannello centrale è inoltre stato restituito alla sua bellezza originale grazie all’intervento dei restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure che hanno lavorato sui trattamenti di pulitura con soda caustica, molto in uso in passato, ma terribilmente aggressiva su una tempera su tavola, fatta di velature sovrapposte

La tavola centrale mostra la Madonna col Bambino in trono e Santi sullo sfondo di un meraviglioso giardino ricco di alberi che appare come dietro un sipario aperto. La scelta dei santi non è casuale: si riconoscono, San Lorenzo, protettore del fratello di Cosimo, Lorenzo il Vecchio; San Giovanni Evangelista, un chiaro omaggio al padre di Cosimo, Giovanni di Bicci de’ Medici; San Marco, il dedicatario del complesso; San Domenico, il fondatore dell’ordine domenicano e San Francesco d’Assisi, perché è consuetudine abbinarli, in quanto entrambi fondatori dei principali ordini mendicanti del Duecento; San Pietro Martire, martire appartenete all’ordine dei Domenicani.
E poi, davanti alla Madonna col Bambino, San Cosma e San Damiano. Come mai una collocazione così prestigiosa a questi due santi?
Posto che Cosma è agli effetti il nome di Cosimo e che il fratello morto si chiamasse Damiano, i due fratelli santi, in qualità di medici-taumaturghi, furono elevati a santi protettori dalla famiglia già da Giovanni, visto che dette i loro nomi ai primi due figli, se non altro per l’assonanza del cognome con la loro professione.
Tra l’altro i due, secondo la pia tradizione, esercitavano la professione senza compenso; anzi, lo rifiutavano proprio! E loro non curavano solo le malattie del corpo, ma anche dell’anima. Anche l’Arte è una cura dell’anima e Cosimo la finanziava, apparentemente, per pura generosità!
Non si conosce bene la provenienza dei due Santi medici – Arabia, Siria, Turchia, Medio Oriente, insomma – ma certo è che si guadagnarono grande fama e che erano molto richiesti. Secondo la tradizione caddero sotto le persecuzioni di Diocleziano, all’inizio del IV secolo: condannati agli arcieri, le frecce tornarono indietro;

buttati in mare con grossi pesi al collo, si salvarono;

e neanche il fuoco li volle morti

Vennero alla fine decapitati.

Tutto è raccontato nelle tavole della pala, anche l’episodio della vita dei due che è narrativo del dovere morale assoluto che i due fratelli medici si erano imposti e cioè l’operare per il bene dell’umanità e non per arricchirsi: dopo avere curato una donna gravemente malata, questa, riprese completamente le forze, insisté con Damiano affinché accettasse almeno un cestino di uova.

Ma per Cosma fu uno scandalo tale da rinnegare suo fratello e chiedere che alla loro morte, non venissero seppelliti insieme. Ma un cammello, alla morte dei due, raccontò che in effetti i due fratelli prima della morte, si fossero finalmente chiariti sul dissidio, tant’è che Cosma volle che fossero seppelliti insieme.

Altro episodio raccontato nella predella è il trapianto della gamba al diacono Giustiniano che l’aveva perduta e gli viene “cucita” quella di un Etiope, e quindi nera.

Sicuramente un profondo significato di uguaglianza che fra Angelico volle raccontare anche per monito all’umanità
Mirabile e fiabesca questa pala è una vera biblia pauperum che nel raccontare la storia dei due Santi medici ci racconta la storia dei Signori Medici: in primo piano, Damiano ci dà le spalle, è inginocchiato e guarda la Vergine Maria, orante; ma Cosma, in una posa un po’ contorta, dall’espressione singolare e con le mani incrociate, guarda dritto in faccia lo spettatore, cioè l’uomo del tempo che lo avrebbe visto.

Non è l’autoritratto dell’artista come la tradizione pittorica ci insegna: è riconoscibilissimo dal cappello e dai tratti duri del volto. È Cosimo de Medici, il Primo, il Vecchio che con sguardo solenne ci comunica che attraverso l’intercessione del fratello, è protetto dall’alto, molto in alto.
L’Arte come autocelebrazione e una grande pala che è la sintesi della rilevantissima personalità che Cosimo de Medici ha voluto fosse immortalata e tramandata.
Anna Maria




