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Il Seppellimento di Santa Lucia, cronaca di un funerale

Al suo secondo approdo in Sicilia, Caravaggio, in fuga da Roma per essere stato accusato dell’omicidio di Ranuccio Tommasoni e in fuga da Malta per non ben precisati motivi, viene incaricato dal Senato siracusano di realizzare una tela per l’altare maggiore della Basilica di Santa Lucia al Sepolcro (o Fuori le Mura), nel sito ove secondo la tradizione la santa patrona fu martirizzata e sepolta. Mediatore fu forse Mario Minniti, pittore, ma ai tempi romani suo modello e amante.

L’ispirazione, come sempre, non arriva subito. Caravaggio vaga, indaga, scruta gli ambienti, immagina come potessero essere in quel 304, anno del martirio della santa. Poi vede il quadro nella sua mente e allestisce la scena.

Non rappresenta, come da tradizione, l’episodio del martiro, ma il suo seppellimento, osservato da punto di vista al livello del suolo.

In un’atmosfera di statica sospensione, due enormi becchini in primo piano scavano la fossa mentre, rimpiccioliti e quasi stampati sullo sfondo, sono gli astanti al funerale con il vescovo; la santa esanime è al centro della scena. La scena è cupa, drammatica, del colore del sangue e dai tragici guizzi che quasi cancellano quelle figure che, piangendo e reggendosi la testa, manifestano tutto il loro dolore: ha appena pianto il vecchio che appoggia la testa alla mano nella quale stringe un fazzoletto bianco, mentre una donna lo osserva con un’espressione di arcigna sofferenza; fa capolino fra loro la testa di un uomo pensieroso, mentre sulla destra un altro viso maschile  è attratto da qualcosa fuori dalla scena. Con contenuto e dignitoso dolore la vecchia madre è inginocchiata accanto alla figlia e sembra trattenere un improvviso singhiozzo.

In primo piano i becchini, che quasi “rubano” il ruolo da protagonista alla martire, sembrano dei giganti: quello di sinistra, poi, guarda la mano benedicente del vescovo che si trova a destra, accompagnato da un armigero che dirige le operazioni.

Su tutto incombe l’alto muro scabro che aumenta il senso di silenzio e di dramma vissuto dai protagonisti, focalizzando l’attenzione sul corpo privo di vita di Lucia. L’ambiente che circonda i protagonisti non è quello delle latomie – le antiche cave di pietra siciliane che il tiranno Dioniso trasformò in prigioni – perché l’arco dipinto è troppo preciso per essere “naturale”; sono le catacombe sotterranee alla chiesa di Santa Lucia o forse la Cripta di San Marziano, primo vescovo di Siracusa.

La luce scorre sul suo viso riverso fermandosi sulle parti in rilievo: mento, labbro superiore, narici, sopracciglia, scivolando poi sul collo, sul seno e sul braccio destro che, aperto mentre l’altro è appoggiato sul ventre, esprime il totale abbandono, l’inerzia del corpo privo di qualsiasi moto vitale, come lo è quello della Morte della Vergine

L’atmosfera divina scompare completamente per lasciare spazio alla cruda realtà. Il dipinto è infatti di un intensissimo naturalismo, tipico di Caravaggio: è evidente in ogni particolare, dalle espressioni dei personaggi fino alla loro caratterizzazione individuale passando per il crudo dettaglio della ferita profonda nella gola di santa Lucia, ricca siracusana vissuta al tempo di Diocleziano che, sospinta dalla fama di Sant’Agata, si era recata a visitarne la tomba con la madre malata per chiederne la guarigione, che avvenne comunicata in visione dalla stessa Sant’Agata. Lucia si liberò di ogni avere, destinandoli ai poveri e fece quel voto di castità che le cagionò la denuncia da parte del fidanzato, con la conseguente condanna.

Un dipinto crudo, pauroso e pur sempre rivoluzionario, dove incombe come un’ossessione quella condanna a morte per decapitazione che lo aveva allontanato da Roma per sempre.

Anna Maria

Visita guidata tematica: Caravaggio, la spada e la carità

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