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Ricchezza. Dilemma perenne.

Hai mai sentito parlare di Illegio?

No?

Neanche io finché in un giorno di fine luglio, durante la vacanza Calipso in Friuli, di ritorno dall’escursione a Villach, ci siamo fermati a prendere un caffè a Tolmezzo.

Paese sconosciuto anche questo, vero?

Ebbene, entrati nell’unico bar aperto in un pomeriggio un po’ grigio e piovoso, la proprietaria, vedendo un gruppo numeroso, ci chiede: “Siete venuti a vedere la mostra?”, e noi in coro: “Quale mostra?” “Quella di Caravaggio!”, è stata la risposta della simpatica signora.

A parte l’incredulità iniziale, abbiamo indagato (internet è uno strumento eccezionale) e abbiamo scoperto che in un paesino di neanche 300 anime era allestita una mostra con 52 capolavori di artisti che da soli già fanno eco: Tiziano, Rembrandt, Pieter Brueghel il Vecchio, Picasso, Guttuso, Giovanni Bellini,  Filippino Lippi, Lorenzo Lotto, Mattia Preti; che ben 17 opere provenivano da collezioni private, normalmente non accessibili al pubblico quindi, e che – ebbene sì – c’era anche un Caravaggio: un mai visto “Ragazzo morso da ramarro” perché di collezione privata, ovviamente scelto come locandina della mostra!

E l’autore di tutto ciò?

Il parroco del paesino, Don Alessio Geretti, classe 1973, che fin dal 1998 cura la vita pastorale di Illegio in ogni aspetto, stabilendovi anche la sede della mostra d’arte curata dall’Associazione Comitato di San Floriano, che in questo 2025 è giunta alla ventunesima edizione

Il titolo della rassegna di quest’anno è “Ricchezza. Dilemma perenne”. L’allestimento è effettivamente un viaggio nella bellezza e nella coscienza umana, con opere che coprono cinque secoli di storia dell’arte, dalla metà del Quattrocento alla metà del Novecento.

Al centro dell’esposizione c’è il concetto di ricchezza, inteso come forza ambivalente, capace di generare progresso e dignità, ma anche diseguaglianze e violenza. Un tema attuale, che la mostra affronta con intensità etica e visiva, proponendo un percorso che si snoda tra la potenza dei simboli e la profondità delle interpretazioni artistiche. Un’indagine, quindi, artistica ed esistenziale, sul verbo “avere” e su ciò che davvero arricchisce la vita dell’uomo.

Ecco allora la scelta di esporre “Il ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio che affronta con forza la descrizione dei moti dell’animo: la forte luce proveniente da sinistra batte sulla mano destra. Lì sul dito medio si distingue il ramarro intento a svolgere la sua reazione di difesa. Caravaggio si concentra sul vaso colmo d’acqua dove è immersa una rosa bianca, come quella tra i capelli del giovane. La superficie è increspata: il ragazzo sobbalzando deve aver mosso il tavolo. Nella parte destra del vaso si rispecchia la finestra da cui la scena prende luce. Due gocce d’acqua scendono in trasparenza lungo il vetro.

Il forte spavento del giovane è evidente nell’espressione come anche la sorpresa dell’incontro con il ramarro, annidato silenziosamente tra gli innumerevoli oggetti presenti nella scena. È proprio il morso dell’animale ad essere fondamentale: simbolicamente, questa azione rappresenta la delusione e i pericoli che la vita umana riserva; nell’esperienza umana, si possono incontrare molti ostacoli e spesso, questi non sono visibili e potrebbero spuntare fuori all’improvviso, proprio come il ramarro. Contraltare è la rosa e i diversi frutti che simboleggiano i piaceri della vita. Anche l’acqua ha un ruolo ambivalente: da una parte, simboleggia la purificazione e dall’altro la mutabilità, la scorrevolezza e l’instabilità.

Quindi tutti gli oggetti presenti nel dipinto sono palesemente ambivalenti, perché il tema centrale dell’opera è la vanitas, come quello della mostra: bisogna fare attenzione alle insidie della vita, perché basta un nonnulla per capovolgere la situazione e trasformare il positivo ed in negativo.

Come sempre una scelta oculata da parte di Caravaggio!

Oculata la scelta di Don Alessio Geretti di esporre anche, quasi a conclusione del percorso, “Donna e banco di frutta” di Guttuso che, al di là di essere uno studio preparatorio per il suo capolavoro “Vucciria” del 1974, descrive un frammento coloratissimo di Sicilia. Presenta un provocante contrasto tra ricchezza e miseria: una donna tra i banchi di frutta con un piccolo sacchetto della spesa. Contraltare, i cartellini dei prezzi, grandi quanto cari. La prospettiva dispone le figure in un unico piano frontale anziché in profondità e di scorcio; la donna con il capo chino quasi si confonde tra le cassette della merce esposta, divenendo parte integrante di quei colori squillanti in un realismo accurato e intenso.

Guttuso dipinge la sua terra, realtà che conosce bene, che ha vissuto e patito: una società relegata ai margini, contraddittoria e rassegnata, con le sue ingiustizie sociali. I poveri a cui non basta il lavoro per soddisfare i bisogni di sopravvivenza, circondati dalla ricchezza, dallo spreco. Dallo spregio!

Conclude la mostra lo studio della figura centrale de “Il Quarto Stato”, opera iconica di Giuseppe Pellizza da Volpedo, realizzata tra il 1898 e il 1901, che rappresenta le rivendicazioni dei lavoratori e simboleggia la lotta sociale del proletariato, un manifesto visivo delle aspirazioni e delle lotte dei lavoratori.

E così come “Il Quarto Stato” è un’opera fondamentale che continua a ispirare e a rappresentare le lotte sociali, rendendola un capolavoro senza tempo, allo stesso modo, posta a conclusione della mostra diventa motivo di riflessione su quello che è il giusto percorso dell’essere umano ovvero sull’essere e non sull’avere

Il racconto della mostra va dritto al cuore e fa riflettere su come la ricchezza vera non sia quella materiale ma la vita umana, il grande dono che ogni essere ha ricevuto nascendo, sulla bellezza del vivere spingendo a proiettare le proprie aspirazioni nella giusta direzione.

Un tema intrigante, per nulla banale, in un momento in cui il mondo sembra aver perso direzione, guida, sembra essere la “nave senza nocchier in gran tempesta”.

La mostra spinge a riflettere sui due effetti possibili, uno buono l’altro malvagio, della ricchezza: l’uomo che scopre, che innova, che migliora le condizioni di vita, per traghettare fuori dalla ignoranza e miseria il suo simile; e il sopruso di pochi, l’egoismo, i conflitti internazionali, simbolo di un rapporto malato con i beni materiali.

La mostra di Illegio punta ad illustrare la ricchezza, la sua corretta identificazione, la sua accessibilità, i suoi effetti nella vita delle persone, dei popoli, perfino delle arti.

La mostra durerà fino al 6 novembre. In 36 Calipsini l’abbiamo vista e apprezzata. Il biglietto, economico (€ 14,00/p, per i gruppi € 12,00), include anche la visita guidata. Le guide sono ragazzi preparati, dalla divulgazione fluida, appassionati e orgogliosi di un evento – purtroppo poco conosciuto – reso possibile dai tanti sponsor che negli anni hanno apprezzato lo sforzo del “Don” a proiettare il piccolo paese di Illegio – e limitrofi – nella Cultura.

Noi nel nostro piccolo, nella speranza che questo articolo venga letto dai tanti nostri lettori, divulghiamo e diffondiamo.

Encomio a Don Alessio Geretti!

Anna Maria

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