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Testaccio e il suo straordinario Monte dei Cocci!

Testaccio è uno dei simboli della Roma popolare, verace, di cuore e di pancia, quella “Vecchia Roma” sparita che Gabriella Ferri, nata e per sempre innamorata di Testaccio, ricorda con nostalgia nell’omonima canzone. 

Rione antichissimo, la sua storia comincia più di 2000 anni fa, quando era ancora chiamato “Mons Testaceum”, cioè “Monte dei Cocci” per via di un monte alto 35 mt, composto dai cocci di oltre 53 milioni di anfore in terracotta, antiche anfore olearie, che in latino si chiamano “testae”, e che arrivavano dal porto fluviale del Tevere e che venivano gettate lì dopo essere state svuotate. 

A Testaccio si trovava il Porto dell’Emporio: le merci che arrivavano a Ostia da ogni parte dell’Impero romano, risalivano il fiume e venivano scaricate qui. Le anfore, una volta svuotate del loro contenuto, non potevano essere riutilizzate per altre merci e quindi venivano spaccate e poi accumulate ordinatamente: non solo i cocci venivano messi in ordine, ma veniva sparsa su di essi della calce per coprire il cattivo odore dovuto alla decomposizione del precedente contenuto. Secondo molti storici, è così che si è formato il Monte dei Cocci.

L’argilla di cui erano fatte, tra l’altro, ha proprietà isolanti: quindi i Romani per secoli hanno scavato all’interno di questo agglomerato di cocci e calce, e ne hanno ricavato grotte in cui la temperatura è per tutto l’anno intorno ai 10° c: queste grotte, per tutto il medioevo, sono state utilizzate come cantine, dispense e addirittura osterie. 

E proprio nel Medioevo, su questo monte si svolgeva il carnevale romano, prima che fosse trasferito in Via Lata, oggi Via del Corso. 

Sul Monte dei Cocci si teneva la “ruzzica de li porci”, un gioco decisamente crudele ai nostri occhi, ma che nel Medioevo suscitava gran divertimento: i poveri maialini venivano inseriti in delle botti, che erano poi fatte rotolare (ruzzicare in romanesco) dal monte. Dopodiché le botti venivano aperte e gli animali liberati. Così, tutti intontiti per il rotolamento, dovevano presto iniziare a scappare per tutta Testaccio mentre il popolo dava loro la caccia. 

Dopo il trasferimento del Carnevale Romano, il luogo venne quindi scelto come rappresentazione del Golgota nella Via Crucis, come testimonia la croce che si trova in cima. 

Insomma, un luogo straordinario che per molto tempo fu ignorato, tanto che se ne dimenticò l’origine: secondo alcuni, il Monte si era formato per i resti dell’incendio di Roma. Solo nel XVIII secolo si riconobbe il valore storico del luogo e quindi per legge fu impedito sia di pascolare qui che di prendere cocci dal monte. 

Nel 1873 l’archeologo Heinrich Dressel analizzò per primo i resti del monte e scoprì che le anfore venivano soprattutto dalla Bizacena, cioè la Tunisia, e dalla Betica, cioè l’Andalusia. Il reperto più antico risaliva al 144, il più recente al 251. 

Su ogni anfora, si scoprì, erano dipinti i tituli picti cioè informazioni sul contenuto, la provenienza, il produttore, ecc, lasciandoci un catalogo unico del commercio durante l’Impero Romano!

Giulia Faina

 

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