Quanto sei bella Roma con Calipso:
il tempo libero speso bene!

Cerca

Villa d’Este: il teatro dell’acqua tra meraviglia, mito e ingegno

C’è un momento, entrando nei giardini di Villa d’Este, in cui si smette quasi di guardare e si comincia ad ascoltare.

L’acqua scorre, precipita, zampilla, canta. Si nasconde nelle grotte e ricompare più in basso, percorre viali, riempie vasche, si trasforma in musica e sembra persino prendere vita nelle forme di mostri, divinità e animali fantastici.

È questo, forse, il vero incanto di Villa d’Este: qui l’acqua non è soltanto acqua: è spettacolo, mito, ingegno.

E tutto questo accade grazie a un sistema idraulico straordinario, concepito nel Cinquecento sfruttando soprattutto la forza naturale dell’acqua, la gravità, i dislivelli e il principio dei vasi comunicanti. Niente motori, niente pompe moderne: gran parte della meraviglia che ancora oggi sorprende chi visita la villa nasce dalla sapienza degli uomini e dalla forza della natura.

Ma perché un cardinale del Rinascimento volle trasformare il giardino della sua residenza in questo incredibile universo d’acqua?

Ippolito d’Este e il sogno di una corte

La storia comincia con Ippolito II d’Este, cardinale e figlio di Lucrezia Borgia e di Alfonso I d’Este.

Dopo essere stato più volte vicino all’elezione al soglio pontificio senza riuscire a diventare papa, Ippolito si dedicò alla trasformazione della sua residenza tiburtina. Il progetto aveva anche un evidente significato politico e culturale: creare a Tivoli una dimora capace di evocare lo splendore della corte estense di Ferrara e, nello stesso tempo, competere idealmente con la magnificenza dell’antica Roma e della vicina Villa Adriana.

Per realizzare il suo sogno chiamò artisti, architetti, scultori, pittori, artigiani e soprattutto uomini capaci di governare l’elemento che sarebbe diventato il protagonista assoluto della villa: l’acqua.

L’acqua venne condotta fin dentro il giardino attraverso un complesso sistema di adduzione e distribuzione. E su questo elemento naturale venne costruito un vero e proprio teatro a cielo aperto.

Un teatro nel quale ogni fontana racconta qualcosa.

La Fontana dell’Ovato: Tivoli diventa una fontana

Alla fine del Viale delle Cento Fontane appare una delle immagini più celebri di Villa d’Este: la Fontana dell’Ovato, chiamata anche Fontana di Tivoli.

Il nome deriva dalla sua forma: un’ampia esedra semicircolare che abbraccia una grande vasca, dominata dalla scenografica cascata d’acqua.

Ma osservandola con attenzione si scopre che non è soltanto una fontana: è un’allegoria di Tivoli.

Le rocce che la circondano evocano i Monti Tiburtini e l’acqua che precipita al centro richiama la cascata dell’Aniene.

Tre fiumi, inoltre, vengono rappresentati attraverso altrettante figure: l’Aniene, l’Erculaneo e l’Albuneo.

Quest’ultimo è rappresentato dalla Sibilla Albunea, la misteriosa divinità profetica legata all’antica Tivoli.

È come se Ippolito avesse voluto racchiudere in una sola fontana il paesaggio, la storia e il mito del territorio che aveva scelto per la sua villa.

E proprio da qui comincia uno dei percorsi più spettacolari del giardino.

Il Viale delle Cento Fontane: l’acqua diventa spettacolo

È probabilmente il luogo più fotografato di Villa d’Este.

E non è difficile capire perché: il lungo viale è un susseguirsi di vasche, zampilli, decorazioni e sculture che accompagnano il visitatore attraverso una scenografia rinascimentale di straordinaria potenza.

Anche qui ritorna l’allegoria dei tre fiumi: i diversi livelli del viale richiamano simbolicamente il percorso dell’Aniene, dell’Erculaneo e dell’Albuneo.

Sopra le fontane compaiono aquile, gigli, navi, obelischi e altri elementi che celebrano la famiglia d’Este e la sua grandezza. Più in basso, gli stucchi raccontavano episodi delle Metamorfosi di Ovidio, oggi in parte perduti, deteriorati o nascosti dalla vegetazione.

E l’effetto doveva essere talmente suggestivo da conquistare, secoli dopo, anche Gabriele d’Annunzio, che nelle Elegie romane scrisse:

«Parlan fra le nontocche verzure le Cento Fontane, / parlan soavi e piane come femminee bocche…»

Qui l’acqua sembra davvero parlare.

E conduce il visitatore da Tivoli verso Roma.

La Rometta: Roma in miniatura

All’altra estremità del viale incontriamo la Fontana della Rometta.

Il significato è immediato: se l’Ovato celebra Tivoli, la Rometta celebra Roma.

Un tempo la fontana era molto più complessa di quella che possiamo vedere oggi. Il progetto originario comprendeva infatti una vera e propria rappresentazione in miniatura della città di Roma, con edifici e monumenti che facevano da sfondo alla Lupa e alla figura di Roma armata.

Ai suoi piedi scorreva l’acqua, naturalmente simbolo del Tevere.

Molte delle strutture originarie sono andate perdute.

Ma il significato dell’insieme è ancora leggibile: il Viale delle Cento Fontane diventa idealmente il collegamento tra Tivoli e Roma, due città che nella visione di Ippolito dovevano dialogare attraverso il linguaggio dell’acqua e della memoria.

La Fontana della Civetta: quando l’acqua faceva cantare gli uccelli

E poi arriva la meraviglia.

La Fontana della Civetta non era soltanto bella: era un autentico capolavoro di ingegneria idraulica.

Immaginate una nicchia rivestita di rami di bronzo, sui quali erano posati piccoli uccelli, anch’essi realizzati in bronzo.

Quando l’acqua entrava con forza nel meccanismo, spingeva l’aria all’interno dei rami e metteva in funzione le piccole ocarine nascoste nella struttura.

E così, davanti agli occhi degli ospiti di Ippolito II, gli uccelli sembravano cantare.

Era una meraviglia costruita appositamente per stupire.

E ci riusciva.

Sulla sommità della fontana compare lo stemma di Ippolito II d’Este, sorretto da due angeli: anche qui, quindi, la meraviglia tecnologica diventa celebrazione del committente.

La Fontana dei Draghi: l’acqua diventa fuoco

Se la Civetta stupiva facendo cantare gli uccelli, la Fontana dei Draghi puntava tutto sulla sorpresa.

Il complesso meccanismo idraulico, attribuito a Tommaso da Siena, era capace di produrre rumori improvvisi, crepitii ed effetti d’acqua.

E poi ci sono loro: i draghi. La loro presenza è legata anche allo stemma di papa Gregorio XIII, che fu ospite di Ippolito II nel 1572. La tradizione vuole addirittura che la fontana sia stata realizzata in una sola notte.

Ma i draghi hanno anche un’altra storia da raccontare.

La fontana evoca infatti una delle imprese di Ercole: l’uccisione del drago Ladone, posto a guardia dei pomi d’oro delle Esperidi.

Ercole era una figura particolarmente cara agli Este e allo stesso Ippolito II. E così, ancora una volta, una fontana diventa qualcosa di più di un elemento decorativo: è un racconto mitologico trasformato in spettacolo d’acqua.

La Fontana dell’Organo: quando la fontana suona

E arriviamo a una delle meraviglie assolute di Villa d’Este: la Fontana dell’Organo.

Il nome non è metaforico: questa fontana suona davvero!

Tra il 1567 e il 1569 il francese Claude Venard realizzò un sofisticato organo idraulico automatico.

Il principio è sorprendente: la caduta dell’acqua mette in movimento il sistema che produce aria e aziona il meccanismo dell’organo.

L’acqua, insomma, non si limita a scorrere. Fa musica.

Ci vollero decenni per portare a compimento l’intero complesso della fontana e il risultato fu così spettacolare da suscitare meraviglia nelle corti italiane ed europee.

E la sua fama non rimase confinata a Tivoli: dispositivi ispirati allo stesso principio furono realizzati anche altrove, in ville e giardini italiani, dal Quirinale a Firenze, fino a Villa Pamphili e Villa Aldobrandini.

A Villa d’Este, però, l’acqua aveva trovato una delle sue forme più sorprendenti: era diventata musica.

La Fontana di Nettuno: la potenza dell’acqua

Poi il paesaggio cambia.

Il visitatore arriva davanti a una delle immagini più spettacolari dell’intero giardino: la Fontana di Nettuno.

E qui l’acqua non sembra più cantare. Esplode.

Enormi getti si innalzano verso il cielo con una forza impressionante, mentre una grande cascata scende davanti alla figura di Nettuno.

La cosa sorprendente è che questa spettacolare pressione non dipende da moderne pompe: è il risultato della conformazione idraulica del giardino e della forza naturale dell’acqua.

La fontana che vediamo oggi è però molto più recente rispetto alle altre grandi fontane della villa. Il complesso venne infatti realizzato nel Novecento trasformando e valorizzando la cascata che proveniva dalla Fontana dell’Organo e l’imponente sistema delle acque già esistente.

Davanti, le grandi peschiere raccolgono le acque delle cascate.

E se ci si ferma ad osservare il gioco della luce sugli zampilli, con la piana tiburtina e Roma sullo sfondo, si comprende perché questo sia uno dei luoghi più emozionanti dell’intero giardino.

La Fontana della Dea Natura: una dea troppo pagana

Non tutte le fontane, però, hanno avuto la stessa fortuna.

La Fontana della Dea Natura, o dell’Abbondanza, si trova lungo il muro meridionale della villa, in corrispondenza dell’antico accesso da via del Colle.

Al centro era rappresentata Diana di Efeso, la cosiddetta Dea Natura, raffigurazione simbolica della fecondità e dell’abbondanza.

Ma arrivarono tempi nei quali immagini di questo genere non erano più facilmente conciliabili con il clima religioso della Controriforma e la statua venne rimossa da Alessandro d’Este.

È un piccolo episodio che racconta una trasformazione molto più grande: quella del modo in cui, tra Rinascimento e Controriforma, cambiò lo sguardo sull’antichità pagana, sui suoi miti e sulle sue immagini.

Il Bicchierone: anche Bernini passa da Tivoli

E infine c’è lui, Gian Lorenzo Bernini.

Sì, anche il grande Bernini ha lasciato una traccia a Villa d’Este.

È la Fontana del Bicchierone, realizzata nella seconda metà del Seicento.

Una grande conchiglia sostiene un enorme calice floreale, dal quale originariamente usciva uno zampillo molto alto. Talmente alto da interferire con la vista della Loggia di Pandora.

E fu proprio Bernini a ridimensionarlo.

Un dettaglio curioso? Nonostante si trovasse nella patria del travertino, Bernini questa volta non lo utilizzò. Per la fontana lavorò invece con mattoni, stucco e malta, materiali più adatti alla struttura che aveva progettato.

E non è l’unica traccia berniniana del giardino: anche la cascata che scende dalla Fontana dell’Organo e confluisce nel complesso di Nettuno è legata al suo intervento.

Un giardino costruito per meravigliare

A Villa d’Este, insomma, nulla sembra essere soltanto ciò che appare.

L’acqua rappresenta i fiumi.

Le rocce diventano montagne.

Una fontana diventa Tivoli.

Un’altra diventa Roma.

I draghi raccontano Ercole.

Gli uccelli cantano.

L’acqua suona.

E una cascata può trasformarsi in una gigantesca scenografia dedicata a Nettuno.

È questo il vero capolavoro di Villa d’Este: aver trasformato un giardino in un racconto, nel quale natura, arte, mitologia, architettura e ingegneria si fondono continuamente.

E forse è proprio per questo che, dopo quasi cinque secoli, quando ci troviamo davanti alle sue fontane proviamo ancora quella stessa meraviglia che Ippolito d’Este voleva suscitare nei suoi ospiti.

Perché l’acqua continua a fare ciò che le è stato chiesto di fare allora: stupire.

E a Tivoli, ancora oggi, ci riesce perfettamente.

Anna Maria

Condividi
Twitter
WhatsApp

SI RICORDA CHE

  • Tutte le visite guidate sono con prenotazione obbligatoria.
  • In risposta alla prenotazione, verrà comunicato luogo e ora dell’appuntamento.
  • La presenza e la puntualità sono una forma di rispetto verso gli altri
  • Per qualsiasi info contattare il numero: 340.19.64.054

ARTE

FACEBOOK

errore: Content is protected !!