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L’Angelo in gradazione di Marco Tamburro

Non è l’angelo rassicurante che siamo abituati a incontrare nella storia dell’arte, quello che scende dal cielo portando con sé luce, protezione e una promessa di salvezza. L’angelo di Marco Tamburro è qualcosa di molto diverso: una presenza inquieta, fragile, quasi sospesa, che sembra appartenere tanto alla dimensione dello spirito quanto a quella, tormentata, dell’uomo contemporaneo.

Ma basta guardare con attenzione la scena per capire che qui l’artista ci sta proponendo qualcosa di ancora più amaro, e persino ironico.

L’angelo è seduto su una scala. Ha le ali spiegate, enormi, tanto grandi da occupare quasi tutto lo spazio della tela. Eppure non vola. Non scende verso l’uomo, non lo protegge, non lo salva. Se ne sta lì, in alto, con il capo chino e le mani accostate al volto, a guardare.

E cosa guarda?

Una distesa caotica di bottiglie di whisky e liquori, riconoscibilissime. Una sorta di desolante paesaggio dell’eccesso, nel quale le bottiglie si accatastano, si inclinano, quasi precipitano tra pennellate nere e violente esplosioni di rosso.

A questo punto, anche il titolo diventa una piccola, geniale trappola.

La “gradazione” dell’angelo

La parola gradazione sembra suggerire inizialmente un passaggio, una trasformazione, qualcosa che progressivamente emerge o si dissolve. Ma davanti a queste bottiglie assume immediatamente anche un significato molto più concreto: la gradazione alcolica.

E allora l’ironia diventa amara.

L’angelo sembra assistere dall’alto alla progressiva perdita di controllo dell’uomo, alla sua fuga dalla realtà attraverso l’alcool, all’autodistruzione trasformata in consumo quotidiano.

Non c’è bisogno, qui, di un demonio: il male ha l’etichetta di una bottiglia.

E non è un male lontano, straordinario, riconoscibile come tale: sono oggetti della nostra quotidianità, prodotti commerciali, marchi familiari. Tamburro trasforma così un tema antico – la fragilità e la caduta dell’uomo – in una scena profondamente contemporanea.

Un angelo che non può più salvare

E allora torna centrale la postura dell’angelo: è quasi rassegnato.

Il capo abbassato, il corpo raccolto, le mani accostate al volto sembrano raccontare sconforto, impotenza, forse persino una sorta di disperazione.

È come se avesse ancora tutti gli attributi dell’angelo tradizionale – le ali, la posizione sopraelevata, la funzione di tramite fra cielo e terra – ma avesse perso la possibilità di svolgere il proprio compito. Può soltanto guardare.

E quelle ali immense, che dovrebbero consentirgli di volare e di intervenire, diventano quasi il simbolo della sua impotenza.

La scala non è casuale

La scala è un elemento fondamentale. Per sua natura è uno strumento di passaggio: serve a salire e scendere ed è quindi perfetta per una creatura che dovrebbe mettere in comunicazione il cielo e la terra.

Ma qui l’angelo non sale e non scende. È fermo. Sembra quasi che sia rimasto bloccato a metà del suo ruolo di mediatore tra la dimensione divina e quella umana.

E sotto di lui c’è la terra: non un paesaggio, ma un groviglio di bottiglie, segni, materia, rosso e nero. Una realtà umana caotica e inquieta, dalla quale l’angelo sembra aver preso ormai le distanze, pur non riuscendo a smettere di guardarla.

Il rosso di una ferita

E poi c’è quel rosso, violento, che attraversa la composizione.

In mezzo ai bianchi, ai grigi e ai neri, il colore esplode come un segnale d’allarme. Può evocare il pericolo, la violenza, il sangue, il fuoco; soprattutto, sembra trasformare quella parte inferiore del dipinto in una sorta di ferita aperta.

Le bottiglie sembrano quasi immerse e intrappolate in questo groviglio di segni.

Non è più semplicemente ciò che l’uomo beve.

È ciò nel quale l’uomo rischia di rimanere imprigionato.

Dall’angelo che salva all’angelo che assiste

Ed è qui che l’opera di Tamburro diventa particolarmente interessante all’interno della mostra ANGELI.

Nella storia dell’arte l’angelo è stato per secoli messaggero di Dio, custode, guida, tramite fra cielo e terra, spesso rappresentato come una creatura perfetta, luminosa, capace di proteggere l’uomo e di condurlo verso la salvezza.

Tamburro conserva questo immaginario – le ali, la posizione elevata, la figura soprannaturale – ma lo rovescia.

Il suo angelo non interviene. Assiste.

Non è più soltanto colui che salva l’uomo dal male: è colui che osserva, quasi impotente, il momento in cui l’uomo sembra costruire da solo la propria caduta.

Ed è una trasformazione potentissima dell’iconografia tradizionale.

L’angelo e l’uomo contemporaneo

È una concezione profondamente coerente con la ricerca artistica di Tamburro, artista umbro recentemente apprezzato – se non scoperto! – alla mostra Caravaggio forever a Palazzo Bonaparte, che ha spesso rappresentato la figura umana come una presenza solitaria, quasi un’ombra immersa in spazi urbani indefiniti.

I suoi personaggi sembrano talvolta perdere consistenza, come se l’individuo contemporaneo fosse progressivamente inghiottito dalla città, dalla folla, dalla ripetitività e dalla velocità della vita moderna.

Qui quella solitudine assume una forma ancora più drammatica: l’uomo non è nemmeno rappresentato. Lo vediamo attraverso ciò che lascia dietro di sé.

Le bottiglie diventano quasi il ritratto dell’uomo che non c’è. E l’angelo, dall’alto, sembra domandarsi cosa possa ancora fare.

Un angelo con le ali, ma senza più volo

Forse è proprio questo il paradosso più doloroso dell’opera.

L’angelo ha ali enormi, eppure è immobile. Ha la possibilità di volare, ma non vola. Ha la possibilità di scendere verso l’uomo, ma non scende.

È un angelo che ha ancora le ali, ma sembra aver perso la speranza.

E allora anche la “gradazione” del titolo può assumere un ultimo, inquietante significato: una graduale discesa, non dell’angelo, ma dell’uomo, nell’abisso del vizio, del falso idolo dell’alcool che porta solo solitudine, falsi amici e false certezze, offuscando la realtà che rende bello ciò che brutto e disprezza ciò che è veramente bello e semplice.

Dalla luce all’ombra. Dalla lucidità allo stordimento. Dalla possibilità di scegliere alla dipendenza. Dalla vita alla sua negazione.

Di fronte all’angelo di Tamburro, allora, possiamo porci una domanda molto più scomoda di quella che ci suggerisce la tradizione: e se l’angelo non fosse più colui che scende dal cielo per salvare l’uomo, ma colui che dall’alto assiste, impotente, mentre l’uomo si allontana da solo dalla luce?

Forse è questa la vera gradazione di Tamburro: una lenta discesa dalla luce all’ombra, mentre l’angelo, con le sue enormi ali, resta lì a guardare.

Questa riflessione mi porta alla mente una canzone, scritta più di quarant’anni fa da quell’artista immenso che è stato Lucio Dalla, sempre un passo avanti rispetto allo standard: SE IO FOSSI UN ANGELO.

Anna Maria 

Visita guidata tematica: Angeli – Mostra ai Musei Capitolini

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