Tra Quattro e Cinquecento, Roma si risveglia. Uscita lentamente dalle ombre del Medioevo, la città ritrova energia, ambizione, bellezza. È una rinascita che non è solo politica ed economica, ma profondamente culturale: l’uomo torna al centro e con lui il desiderio di armonia, misura, contemplazione.
In questo clima prende forma un nuovo ideale di vita: l’otium. E con esso rinascono le ville e i giardini di delizia, ispirati all’Antichità ma reinterpretati con occhi moderni. Gli spazi inedificati, soprattutto sulle alture romane, si trasformano: vigne e orti cedono il passo a scenografie verdi, dove la pars urbana prevale sulla funzione produttiva. Il giardino diventa linguaggio, rappresentazione, status.
A progettare questi nuovi paradisi sono i grandi protagonisti del secolo: Bramante, Raffaello, Peruzzi, Sangallo, Ligorio, Vignola, Ammannati, Fontana. Tutti impegnati in una sfida sottile: dare forma a una natura ordinata, geometrica, ma mai rigida. Una natura “pensata”, costruita secondo proporzioni e prospettive, eppure capace di sorprendere.
L’avvio simbolico di questa stagione si deve a Bramante, che dal 1504 collega i Palazzi Apostolici alla villa del Belvedere di Innocenzo VIII: nasce così uno dei primi grandi sistemi unitari di giardini della Roma moderna. Da quel momento, ogni pontefice lascia il proprio segno.

Paolo III immagina un giardino segreto, raccolto e protetto. Poco dopo, Pirro Ligorio realizza la raffinata Casina di Pio IV, immersa in un giardino innovativo, quasi un proto-orto botanico. Con Sisto V, la passione si espande: la sua villa sull’Esquilino, alimentata dall’Acqua Felice, unisce architettura, fontane e scenografie d’acqua in una celebrazione monumentale oggi perduta.
Ma non sono solo papi e cardinali a inseguire questo sogno. Anche uomini di cultura e funzionari della corte partecipano a questa stagione felice. È il caso di Baldassarre Turini, che affida a Giulio Romano una villa sul Gianicolo: più raccolta, ma perfettamente proporzionata, immersa in giardini che dialogano con il paesaggio e con la città, visibile in tutta la sua estensione.
E proprio il rapporto con il panorama diventa elemento centrale. I giardini romani non si chiudono: si aprono, si affacciano, si mettono in scena. Non è un caso che Michel de Montaigne, nel suo viaggio in Italia, osservi come qui non sia l’arte a dominare la natura, ma quasi il contrario.
Accanto ai giardini vaticani, nascono residenze di delizia più appartate. Giulio III realizza una villa straordinaria, progettata da Vignola e arricchita dai ninfei di Ammannati: architetture d’acqua, fresche e teatrali, che trasformano il giardino in esperienza sensoriale. Poco distante, sul Monte Mario, prende forma il sogno incompiuto di Villa Madama, iniziato da Raffaello: un complesso grandioso, ispirato alle ville romane antiche, dove logge, fontane e terrazze dialogano con il paesaggio.
Con la seconda metà del secolo, il giardino cambia ancora. Si allontana dal modello puramente antiquario e si avvicina al gusto manierista: più complesso, più artificiale, più sorprendente. Ne sono esempi emblematici Villa Medici sul Pincio e la villa Mattei al Celio, detta Celimontana. Qui compaiono labirinti, obelischi, giochi d’acqua, percorsi simbolici: il giardino diventa racconto, enigma, spettacolo.
Tra i grandi protagonisti di questa stagione spicca la famiglia Farnese. Con Alessandro Farnese il Giovane, la celebre Farnesina si arricchisce e si integra in un sistema più ampio. Il suo giardino fluviale, affacciato sul Tevere, è un piccolo capolavoro oggi quasi del tutto perduto.

Ancora più ambizioso è il progetto sul Palatino, dove le rovine imperiali vengono inglobate in un giardino scenografico, tra memoria antica e invenzione moderna. Dal 1625, questo spazio diventa anche il primo orto botanico privato italiano.
Intorno agli anni Ottanta, Gregorio XIIl Boncompagni interviene per ampliare il casino della villa del cardinale Ippolito d’Este, situato sul Colle Quirinale, che con Paolo V Borghese, a inizi Seicento, sotto la direzione di Carlo Maderno, vedrà ulteriori trasformazioni. Luogo salubre e ricco d’acqua, il Quirinale costituisce la “villeggiatura” papale per eccellenza e per ricevere gli ospiti Benedetto XIV fa realizzare da Ferdinando Fuga, tra il 1741 ed il 1744, un elegante caffeaus.

I papi utilizzano il complesso fino all’insediamento del nuovo Regno unitario, quando diventa palazzo reale e poi, dal 1946, sede della Presidenza della Repubblica.
Fuori dalle mura, lungo il Tevere e nelle zone di Monte Mario e dei Prati di Castello, si diffondono numerose ville. Tra queste, quella di Bindo Altoviti, con una loggia affrescata da Giorgio Vasari, testimoniata nelle vedute di Caspar van Wittel. Ma è un patrimonio fragile: tra Otto e Novecento, l’espansione urbana cancella gran parte di queste meraviglie.
Resta però l’idea. Resta il modello. Il giardino cinquecentesco romano non è solo uno spazio verde: è una visione del mondo. Un equilibrio tra natura e artificio, tra memoria dell’antico e slancio verso il nuovo. Un luogo dove l’uomo, finalmente, torna a contemplare — e a costruire — la propria armonia.
Nei giardini di Roma non è l’arte ad aver soggiogato la natura, ma la natura ad aver soggiogato l’arte, Michel Eyquem de Montaigne, Giornale di viaggio, 1580-1587
Anna Maria
Le immagini sono state scattate dalla scrivente alla mostra in argomento allestita a Palazzo Braschi fino al 12 aprile 2026




