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La Maddalena penitente di Domenico Tintoretto: tra peccato, sensualità e luce

L'immagine è realizzata con uno scatto di Simona Mazza, Socio Calipso

Ci sono dipinti che raccontano una storia.

E poi ce ne sono altri che sembrano fermare sulla tela un istante preciso: quello in cui qualcosa sta per accadere, o è appena accaduto.

La Maddalena penitente di Domenico Tintoretto appartiene a questa seconda categoria.

La guardiamo e, quasi immediatamente, ci troviamo davanti a una contraddizione: è una donna bellissima, giovane, sensuale, con il seno scoperto e i capelli sciolti, immersa in un paesaggio selvaggio e notturno. Accanto a lei ci sono un teschio, un libro, un crocifisso, gli oggetti della penitenza e della meditazione.

Tutto ci parla di morte, di peccato, di rinuncia.

Eppure lei è piena di vita.

È proprio questa apparente contraddizione a rendere la Maddalena di Domenico Tintoretto così affascinante.

Una Maddalena che non sembra una penitente

Domenico Robusti, detto Tintoretto come il celeberrimo padre Jacopo, realizza questa tela tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento.

È firmata in basso a sinistra: «OPVS DOMINICI TINTORETTI».

Ma dimentichiamo per un momento date, attribuzioni e firme e guardiamola.

La prima cosa che colpisce è lei.

La Maddalena non appare consumata dalla penitenza. Non è una vecchia eremita, non è una creatura disfatta dal dolore.

È una donna bellissima.

Il suo corpo è morbido e luminoso, i capelli sono sciolti sulle spalle, il volto è giovane. Le mani sono raccolte davanti al petto in un gesto delicato, quasi di preghiera.

E soprattutto… non guarda noi. Guarda verso l’alto.

Lo sguardo che cerca la luce

Questo è forse il dettaglio più affascinante dell’intera composizione.

Domenico Tintoretto ci mostra la Maddalena mentre contempla qualcosa che noi non possiamo vedere.

La luce arriva dall’alto, fuori dal nostro campo visivo, e illumina il suo volto e il suo corpo.

Noi vediamo la luce, ma non vediamo la sua origine.

È una soluzione straordinariamente teatrale, quasi cinematografica, e ci costringe a condividere per un istante l’esperienza della santa: sappiamo che davanti a lei c’è qualcosa, ma possiamo soltanto immaginarlo.

Il suo volto sembra allora sospeso tra la realtà e la visione: non è semplicemente una donna che prega. È una donna che sta vivendo una rivelazione.

E improvvisamente tutto il dipinto cambia significato.

La penitenza non appare più come una punizione, ma come una trasformazione.

Intorno a lei, tutti i simboli della penitenza

Se scendiamo con lo sguardo verso la parte inferiore della tela, troviamo il consueto repertorio iconografico della Maddalena penitente.

Il teschio ci ricorda la caducità della vita e l’inevitabilità della morte; il libro allude alla meditazione e alla Scrittura; il crocifisso indica il centro della nuova fede di Maddalena.

E poi c’è il vaso, il tradizionale attributo della santa, che richiama gli unguenti con i quali la tradizione cristiana la associa a Cristo.

Sono oggetti che raccontano una vita abbandonata: la vita terrena, mondana, quella della bellezza e del desiderio, lasciata alle spalle per cercare qualcosa di diverso.

Ma Domenico Tintoretto non cancella affatto quella sensualità, ma la conserva.

E forse è proprio questo il punto.

Il peccato non scompare: si trasforma

La storia di Maria Maddalena ha sempre avuto un rapporto particolarissimo con la sensualità. 

La donna che abbandona il peccato continua a essere rappresentata, nell’arte, come una donna bellissima.

È quasi un paradosso: per raccontare la rinuncia ai piaceri terreni, gli artisti ci mostrano spesso un corpo estremamente seducente.

Domenico Tintoretto porta questa ambivalenza dentro il quadro.

La Maddalena è ancora carne, bellezza, femminilità. Ma il suo sguardo è già altrove.

È come se il pittore avesse voluto rappresentare proprio il momento di passaggio: quello in cui una persona non appartiene più completamente alla vita che ha lasciato, ma non è ancora completamente entrata nella nuova.

È ancora qui e contemporaneamente è già altrove.

La notte, la luna e quella luce misteriosa

Guardiamo lo sfondo: è quasi completamente immerso nell’oscurità.

E in alto a destra compare una piccola falce di luna. Un dettaglio minuscolo, ma poeticamente potentissimo.

La luna è la luce naturale della notte.

Ma la Maddalena è raggiunta da un’altra luce, molto più intensa, che arriva dall’alto a sinistra.

È come se il dipinto mettesse in scena due mondi: la notte della vita terrena e la luce della rivelazione.

La Maddalena è ancora immersa nell’oscurità, ma ha già incontrato la luce.

E non è un caso che il suo volto sia proprio il punto in cui questa trasformazione diventa più evidente.

E poi c’è quella strana trama che avvolge il corpo

Un altro elemento cattura lo sguardo: la grande stuoia intrecciata che avvolge la figura e si sviluppa nella parte inferiore della composizione.

La materia è resa con una precisione quasi tattile. Possiamo quasi sentire la ruvidità della paglia, distinguere gli intrecci, seguire le fibre.

È uno dei momenti in cui emerge la straordinaria attenzione di Domenico Tintoretto per la realtà naturale.

Ma quell’intreccio ha anche qualcosa di inquietante.

Avvolge il corpo della Maddalena come una seconda pelle e, nelle sue forme sinuose, sembra quasi evocare un serpente.

Non è necessario stabilire un simbolismo univoco per coglierne la suggestione: la trama che circonda la santa richiama inevitabilmente un mondo di tentazione, natura selvaggia, peccato e rinuncia.

La Maddalena è circondata da ciò che ha lasciato. Ma non ne è più prigioniera.

Vita e morte nello stesso dipinto

E allora guardiamo ancora una volta la scena nel suo insieme: c’è il teschio, la notte, il crocifisso, la nudità del corpo, la bellezza dei capelli, la materia ruvida della paglia, la luna. E soprattutto c’è quella luce che raggiunge il volto della Maddalena.

È un dipinto costruito interamente sui contrasti: peccato e redenzione, carne e spirito, sensualità e penitenza, vita e morte, tenebra e luce.

E forse è proprio per questo che, dopo più di quattro secoli, continuiamo a guardarlo.

Perché Domenico Tintoretto non ci presenta una santa già arrivata alla meta.

Ci presenta una donna nel momento della trasformazione.

Una donna che sta diventando un’altra

Ed è questa, forse, la cosa più bella della Maddalena di Domenico Tintoretto: la sua penitenza non l’ha distrutta. L’ha trasformata.

Il suo passato è ancora tutto intorno a lei: nella sensualità del corpo, nella natura selvaggia, negli oggetti della vanità e della morte, nella notte che la circonda.

Ma il suo sguardo non appartiene più a quel mondo. Guarda verso una luce che noi non possiamo vedere.

E così Domenico Tintoretto riesce a raccontare qualcosa di molto più universale della storia di una santa.

Racconta l’istante in cui una persona comprende che non può più essere quella di prima.

Il momento fragile e misterioso in cui il passato non è ancora scomparso, ma il futuro ha già cominciato a chiamare.

E forse è proprio per questo che questa Maddalena ci appare così viva.

Perché, prima ancora di essere una penitente, è una donna che sta cambiando.

E noi siamo lì, davanti a lei, proprio nell’istante in cui quel cambiamento accade.

Anna Maria

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