«Sono innamorato della Vergine di Murillo della Galleria Corsini. La sua testa mi perseguita e i suoi occhi continuano a passarmi davanti come due lanterne danzanti».
Così, il celebre scrittore Gustave Flaubert descriveva la propria reazione davanti al dipinto, durante il suo soggiorno a Roma nel 1851.
La «Madonna zingara», come era chiamata nelle guide dell’Urbe nell’Ottocento, era uno dei dipinti più ammirati della collezione Corsini, proprio per la forza espressiva della Vergine e del Bambino.
Dipinta da Bartolomé Esteban Murillo nella fase matura della propria attività, verso il 1675, è uno dei migliori esempi della capacità del pittore spagnolo di rendere i soggetti religiosi in termini di “narrazione familiare” e di semplicità compositiva.
Murillo è un grande campione della pittura di scene sacre, di cui diventa l’esponente per eccellenza in Spagna, ma è anche il pittore delle scene popolari, della gente di strada, che sono l’altra caratteristica della sua arte che unisce insieme gli elementi religiosi alla narrativa.
La Madonna col Bambino della Galleria Corsini è proprio l’insieme di queste due cose, perché è un’immagine religiosa, ma resa con la capacità di avvicinare lo spettatore all’immagine sacra attraverso delle fisionomie che sono quelle delle persone comuni.
Ecco dove andare a ricercare il soprannome di questo dipinto, utilizzato soprattutto dagli anglosassoni: The Gipsy Madonna, cioè La Madonna zingara.
Per l’efficacia quotidiana, “se la batte” con un’altra Madonna con Bambino presente nella Galleria: quella di Orazio Gentileschi, dove però né la Vergine né il piccolo Gesù guardano verso l’osservatore: tutto rimane come trattenuto all’interno della tela e l’essenza dell’opera è giocata sul reciproco scambio di sguardi e contatti tra madre e figlio. Anche in questo dipinto non si percepisce quella solennità rituale che caratterizza le raffigurazioni della Vergine con il Bambino: se non fosse per il bordo dorato dell’aureola, potrebbe sembrare, infatti, un soggetto profano, un momento d’intimità familiare.
L’efficacia del dipinto di Murillo è invece concentrata proprio nella espressività nei volti e negli sguardi, rendendo punto focale gli occhi, liquidi ed infiniti, che fissano con intensità lo spettatore, trasformandola in un’istantanea.
Ponendoci di fronte a questo dipinto si ha l’impressione di essere degli “intrusi”, di essere quell’ospite indesiderato che ha interrotto il momento intimo dell’allattamento, al quale alludono le vesti appena scostate sul seno, nel rispetto della composizione post tridentina che preferisce rendere meno evidente questa tipologia iconografica.
Lo sguardo del Bambino, in particolare, rivela la violazione, il disappunto per avergli sottratto il contatto della madre, tanto caro – come spiega Freud – ad un figlio di quell’età. Un figlio umano, dunque!
Madre e Figlio, disturbati, si girano, rivolgendo quattro occhi focalizzati sullo spettatore. Sono la cosa che più ha colpito nel corso dei secoli i visitatori della galleria, a partire dal primo proprietario che conosciamo, il primo che la cita esplicitamente, il Cardinale Neri Maria Corsini, e un viaggiatore celebre, Jean-Honoré Fragonard, il pittore francese che nel 1773 venne a Roma e entrando, nella camera da letto del cardinale, restò ammaliato dallo sguardo della Madonna.
Il delicato procedimento di pulitura ha reso l’opera più leggibile, rendendo tra l’altro evidenti importanti particolari, come, per esempio, dei piccoli boccioli dietro la Vergine.
L’indagine ha messo in luce inoltre, la tecnica usata da Murillo e i pigmenti utilizzati. Il manto blu della Madonna è ancora brillante là dove il pittore ha usato il lapislazzulo, mentre risulta alterato quando ha utilizzato il meno costoso smaltino; delle vesti, infine, sono emersi i tenui cromatismi
La tela inoltre è stata sottoposta ad una serie di indagini diagnostiche e a un intervento di restauro che hanno svelato una storia sommersa dell’opera.
Quando l’ispirazione guida la mano sulla tela….
Ebbene sì, o sia per riuso o per ripensamento, l’ultimo restauro sul quadro ha rivelato qualcosa di inaspettato e inusuale: la Madonna zingara è stata dipinta da Murillo su una tela già utilizzata (e questo è usuale) utilizzando però parte del precedente dipinto (e questo è geniale!).
Radiografie, riflettografia IR, analisi multispettrali, fluorescenza a raggi X e un’accurata opera di pulitura per rimuovere le vernici ossidate e vecchi ritocchi, hanno consentito di individuare non soltanto tracce di ripensamenti, dettagli eliminati, o diversi equilibri compositivi, come accade di frequente nell’iter creativo di un’opera, ma evidenti segni di un precedente dipinto.
Murillo aveva impresso sulla tela tutt’altro soggetto: un San Francesco in preghiera, inginocchiato con un libro davanti in uno spazio aperto.
Probabilmente deve essere successo qualcosa con il committente ed ecco che il genio dell’artista, di fronte a nuova committenza, non getta via la tela (spreco che nessun pittore si azzardava a commettere) né ricopre il preesistente soggetto con un nuovo fondo ma lo riutilizza trasformando il mistico santo in una seducente immagine femminile di Madonna con il Bambino.
Dalle indagini è infatti emerso che, reimpiegando parti delle pennellate, le pieghe del saio del santo formano ora il panneggio sulla gamba della Madonna, mentre la testa di San Francesco è fra le due teste e alla destra del Bambino, confusa tra le sfumature dello sfondo, emerge la mano aperta del Poverello di Assisi sul libro e il libro stesso.
L’avvicinamento dell’indice di rifrazione del legante oleoso con quello dei colori, fa sì che ciò che c’è sotto sia visibile anche ad occhio nudo, un occhio ovviamente consapevole di quello che la radiografia ha rivelato.
Si tratta di una scoperta molto importante perché non è un pentimento, come può essere un cambiamento di posizione che pure è stata riscontrata, ma è proprio la trasformazione di un dipinto in un altro dipinto, evidentemente reimpiegando tutti i materiali che aveva, perché la commissione del San Francesco, per qualche motivo, non era andata a buon fine

Interventi ripetuti dell’artista concentrati in alcune parti della figura, in particolare sugli occhi, uno degli elementi di grande attrazione di questa immagine femminile e sul seno, nella versione definitiva parzialmente scoperto, ma in una fase precedente celato dalla veste.
Di questo stupefacente risultato, non si hanno notizie circa la committenza; le dimensioni evidenziano chiaramente che non si tratti di un cosiddetto “dipinto da cavalletto”, ma che potrebbe essere addirittura una Pala d’altare e quindi di una commissione importante
La riflettografia ha rivelato inoltre che gli occhi sono stati dipinti almeno due volte, come se il pittore avesse cercato l’espressione più vicina alla suo immaginare, fino a raggiungere questa così stupita, così colta di sorpresa.
Una curiosità: nell’archivio Corsini di Firenze è conservato un piccolo libretto in cui è possibile leggere l’autorizzazione alla copia del quadro. In dieci anni sono registrate almeno 30 richieste, quindi più di tre l’anno.
Una fortuna straordinaria!
Come da frase d’apertura, tratta da una lettera al fratello, Flaubert, l’autore di Madame Bovary, non riesce più a dormire perché gli occhi di questa Madonna di Murillo gli continuano a comparire davanti come “lanterne danzanti”.
Quattro occhi di una potenza straordinaria che ammaliano, rapiscono e attirano verso il quadro e fanno entrare nel dipinto lo spettatore che viaggia nell’infinita dolcezza del dono della maternità.
Anna Maria
Visita guidata tematica: Palazzo Corsini e le sue meraviglie nascoste




