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L’Abside di Santa Cecilia, bello e sconosciuto

Realizzato intorno all’820, l’abside di Santa Cecilia in Trastevere è una sorprendente opera bizantina.

Risale infatti all’inizio del nono secolo, in pieno Medioevo, un periodo scriteriatamente definito “dei secoli bui”.

Quando immaginiamo la nostra bella Roma, a due parametri corre la nostra mente: le rovine dei fasti imperiali e lo splendore del Barocco. Tutti con gli occhi all’insù ad ammirare sua Maestà il Colosseo e le tante cupole inferiori a sua Santità, il Cupolone

Ma Roma ha vissuto anche tra queste due epoche e di tracce ce ne sono tantissime.

Il Medioevo c’è e non solo con le 49 torri ancora esistenti. Ci ha infatti lasciato un patrimonio unico al mondo: il Medioevo ci ha lasciato in eredità le absidi, anzi, il binomio absidi-mosaico, scelto come materiale che riflette la luce, abbagliante punto focale e finale del fedele che, attraverso vari passaggi, giunge all’altare.

La decorazione musiva, per le sue caratteristiche, rappresenterà una costante, con poche eccezioni, per tutto il Medioevo.

La più antica a noi giunta è quella di Santa Pudenziana del 417 circa, mentre di un secolo più tardi, più o meno negli stessi anni in cui si decorava San Vitale a Ravenna, è quella della Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, la prima dedicata a due santi orientali, che è particolarmente importante in quanto tutto l’impianto scenografico viene sostanzialmente ripreso da Papa Pasquale I che, 300 anni dopo, lo riproporrà nella Basilica di Santa Cecilia, sulla spinta della cosiddetta rinascenza carolingia che rievoca le concezioni classiche.

Il tema è sempre quello della teofania, ovvero la manifestazione sensibile della divinità, nell’episodio della parusia, la successiva e ultima venuta del Messia che appare in tutta la sua gloria e che, secondo la predizione dell’apocalisse doveva avvenire dopo 1000 anni, ma che, non essendosi avverata, ci consente oggi di dialogare su questi temi.

Nel catino absidale di Santa Cecilia affiancano il Cristo, in posizione più elevata e di maggiori dimensioni, sei figure di santi. Gesù sembra essere sceso direttamente dall’empireo, accompagnato dalla mano del Padre, tenendo nella mano sinistra la pergamena della nuova legge. Si tratta della traditio legis, la consegna della legge di Dio, tema iconografico che vede come protagonisti Pietro, a cui in genere viene consegnata in quanto fondatore della Chiesa, e Paolo a destra, i due apostoli Colonne della Chiesa.

Se in Santi Cosma e Damiano, i due Patroni di Roma cingono con il braccio la spalla dei due martiri, a Santa Cecilia è la Santa dedicataria a compierlo e nei confronti di Papa Pasquale che, ancora in vita (ha infatti il nimbo quadrato), è rappresentato nell’atto di offrire il modellino della chiesa.

La scena sacra, nella quale figurano anche San Valeriano, il marito martire di Cecilia, e Sant’Agata co-dedicataria della chiesa, è affiancata da due palme, ma solo su quella di sinistra è appollaiata una fenice: così come essa risorge dalle proprie ceneri così la Chiesa è eterna. È infatti posta proprio sopra la testa di Papa Pasquale che la sostiene, anche come finanziatore dell’opera, che ha immortalato la storia della Santa dedicataria a lui raccontata in sogno dalla Santa stessa.

Le figure prive di corposità, smaterializzate e frontali sono una chiara espressione dell’arte bizantina: l’immutato e immutabile. La scena si completa con le classiche pecorelle che convergono al centro verso l’Agnus Dei uscendo da Betlemme e Gerusalemme, dove Gesù nacque e morì: l’alfa e l’omega

Si discosta dalla tradizione bizantina, invece, il fondale che è azzurro, anziché dorato, e la fascia descrittiva che non è più limitata alla sola committenza, ma è bensì un elegante componimento.

L’abside di Santa Cecilia è solo uno dei tanti capolavori che custodisce questa chiesa, fuori dagli itinerari turistici, sconosciuta alla maggior parte dei Romani.

Visitare questa chiesa è un cammino nella storia e nell’arte che attraversa lo spazio temporale di oltre duemila anni.

Visitarla è entrare poveri e uscirne ricchi!

Anna Maria

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