C’è un momento, davanti alla Resurrezione, in cui il tempo sembra fermarsi. Non è solo un dipinto: è uno sguardo che attraversa i secoli, un invito silenzioso a rialzarsi, sempre. E forse è proprio questo che Piero della Francesca voleva lasciare al mondo: non soltanto bellezza, ma una promessa.
Nato a Sansepolcro intorno al 1415, figlio di un commerciante, Piero cresce tra numeri e misure. La matematica non sarà mai per lui un semplice strumento, ma il cuore stesso della visione artistica. Nel fervore del primo Rinascimento, tra Firenze e le corti italiane, incontra maestri come Masaccio e Paolo Uccello, si nutre della luce del Beato Angelico e delle teorie di Leon Battista Alberti. Ma ciò che rende unico il suo linguaggio è la fusione perfetta tra arte e pensiero: la pittura diventa geometria, la figura umana misura dell’universo.
Piero della Francesca è diventato l’artista che merita ogni encomio grazie a Roberto Longhi, il grande scopritore anche di Caravaggio. Roberto Longhi ci ha restituito un Piero della Francesca in chiave moderna, perché purtroppo, fino all’inizio del 1900, in Italia non era apprezzato.
Roberto Longhi si può dire che abbia iniziato il suo percorso a ritroso, partendo dagli Impressionisti francesi.
Sono pochi punti fermi quando si parla dell’arte e della vita di Piero della Francesca, perché pochi documenti che lo riguardano sono arrivati fino a noi. Alcune sue grandi opere sono andate perdute, tanto che qualcuno ha detto che provare a datare un suo dipinto equivale a scalare una parete di sesto grado: davvero un’impresa ardua!
Ma eccoci davanti alla sua opera più amata: Resurrezione, custodita nel Museo Civico di Sansepolcro. Il recente restauro ha restituito un’immagine sorprendente: i colori riemergono, la pelle del Cristo si anima di toni rosati, lo sguardo torna vivo. È come se il dipinto stesso fosse risorto.
La scena è costruita con una chiarezza quasi assoluta. Cristo si erge al centro, potente e immobile, al vertice di una piramide ideale. Sotto di lui, i soldati dormono: l’umanità inconsapevole, ancora prigioniera del sonno. Sopra, lui solo è desto. Non è soltanto una resurrezione religiosa: è un risveglio universale.
Tutto è dualismo, ma mai semplice opposizione. A sinistra, un paesaggio invernale, spoglio, segnato dalla morte; a destra, la vita che rifiorisce. Tra questi due mondi, Cristo si impone come ponte, come passaggio. La natura stessa diventa allegoria: il ciclo delle stagioni si trasforma in metafora dell’esistenza.
E poi c’è quello sguardo. Diretto, fermo, incredibilmente umano. Non giudica, non sovrasta: riconosce. È uno sguardo che sembra dirci che la rinascita è possibile, sempre. Che si può uscire dal proprio sarcofago, qualunque esso sia.
Non stupisce che i cittadini di Sansepolcro vedano in questo dipinto il simbolo della loro storia. Una città ferita da guerre e terremoti, eppure capace di rialzarsi ogni volta. Come il Cristo di Piero.
Si racconta persino che durante la Seconda Guerra Mondiale un ufficiale britannico, Anthony Clarke, si rifiutò di bombardare la città proprio per salvare questo capolavoro. Vero o no, poco importa: è una storia che dice molto sul potere dell’Arte.
Perché Piero della Francesca non dipinge solo per il suo tempo. Dipinge per noi. Per ricordarci che esiste qualcosa che dura oltre la vita, oltre la morte: un’idea, una visione, una speranza.
E davanti alla sua Resurrezione, quella speranza prende forma. Silenziosa. Assoluta. E sorprendentemente vicina.
Anna Maria
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