La commedia musicale c’è. Resiste al tempo, alle mode, ai cambi di pubblico. Anzi, sembra rinascere ogni volta. E così sia!
Scrivere di Aggiungi un posto a tavola non è semplice. Non per mancanza di materia, ma per eccesso. Cinquantuno anni di storia, un’Arca che ha solcato i palcoscenici d’Italia, generazioni di spettatori, innumerevoli edizioni – professionali e non – libri, studi, persino tesi di laurea. È uno di quei titoli che appartengono ormai al patrimonio emotivo collettivo. Il rischio, quando se ne parla, è quello di essere ripetitivi, di non riuscire ad aggiungere nulla a ciò che è già stato detto, scritto, celebrato.
Eppure, ogni volta che il sipario si apre, Aggiungi un posto a tavola riesce a sorprenderci. Non è soltanto l’hic et nunc del teatro, quella magia irripetibile che rende ogni replica uguale e diversa. C’è qualcosa di più. In mezzo secolo è cambiato il mondo, è cambiato il pubblico, siamo cambiati noi. I ritmi, le aspettative, lo sguardo. E forse proprio per questo questa fiaba musicale continua a parlarci.
Fino all’11 gennaio, l’Arca è attraccata a Roma, al Teatro Brancaccio diretto da Alessandro Longobardi, festeggiando splendidamente le 51 candeline. Una festa che non sa di nostalgia polverosa, ma di presente vivo.
La storia – liberamente ispirata a After me the deluge di David Forrest – è nota, ma sempre attuale: Don Silvestro, parroco di un piccolo paese di montagna, riceve una telefonata inaspettata. Dall’altra parte del filo, Dio in persona, che lo incarica di costruire una nuova Arca in vista di un imminente secondo diluvio universale. Intorno a lui ruotano i compaesani, il miscredente e avido sindaco Crispino e l’arrivo di Consolazione, donna di facili costumi destinata a scompaginare equilibri e certezze. Tutto sembra muoversi tra ironia e leggerezza, ma sotto la superficie si nasconde una domanda tutt’altro che banale: l’umanità merita davvero una seconda possibilità?
Il cast, confermato dalla fortunata edizione della scorsa stagione, è uno dei grandi punti di forza di questa messa in scena. Giovanni Scifoni è un Don Silvestro carismatico, umano, vero. E un incredibile voce anche canora. La sua è una figura di clero che ci piace: giovane nello spirito, entusiasta, capace di coinvolgere e di credere. Un prete che, come si dice in scena, “nasce prete”. Scifoni indossa una tonaca “pesante”: chi dimentica Johnny Dorelli, il pioniere di questa scena, la “voce” italiana, o suo figlio, Gianluca Guidi che quella voce l’ha ereditata? Eppure, Giovanni Scifoni, senza imitarli, ha trovato una strada personale fatta di mimica efficace, presenza scenica e una recitazione che, nei momenti migliori, sfiora l’ispirazione, forte anche dell’emozionante dialogo con la “Voce di Lassù”, dello storico Enzo Garinei.
Magia della tecnologia che non dimentica chi ha creato quella commedia sempre fresca, divertente ma profonda, fortemente attuale, che tocca le corde dell’oggi pur essendo stata scritta in un lontano ieri di mezzo secolo fa.
Accanto a lui, Sofia Panizzi è una Clementina fresca, luminosa, mai marginale. Giovane innamorata del parroco, incarna con grazia e leggerezza quella purezza che bilancia il caos del paese. Un ruolo che potrebbe sembrare secondario e che invece risulta fondamentale per l’equilibrio emotivo dello spettacolo.
E poi c’è lei, Lorella Cuccarini, guest star nel ruolo di Consolazione. Una scelta che inizialmente ha fatto storcere qualche naso, ma che si rivela vincente. Lorella non “interpreta” Consolazione: la vive, la diverte, se ne prende cura. Senza atteggiamenti da prima donna, balla come sa ballare e sembra davvero una donna di avanspettacolo, come se quella dimensione le appartenesse da sempre. Ci fa credere che la pecorella smarrita possa arrivare, sconvolgere e persino redimersi. E lo fa divertendosi e contagiando il pubblico.
Marco Simeoli firma una regia intelligente, ritmata, che asciuga lo spettacolo senza intaccarne l’anima. Accorcia e illumina quella patina retrò che tanto amiamo, la rende viva, brillante, contemporanea. In scena è anche il sindaco Crispino, meno caricaturale rispetto al passato, quasi un omaggio – nei tratti e nei tempi comici – a un giovane Enzo Garinei, che a suo tempo gli diede consigli per il ruolo.
Completano il quadro la rivelazione di Francesco Zaccaro nei panni di Toto e la precisione materna di Francesca Nunzi come Ortensia, sempre presente anche nelle controscene.
La macchina teatrale funziona alla perfezione: la scenografia girevole consente cambi fluidi e senza cali di energia. Le coreografie storiche di Gino Landi, riprese da Cristina Arrò e arricchite da prese di grande impatto, dànno respiro allo spettacolo, sostenute dall’ensemble di sedici danzatori. L’impasto musicale è saldo grazie alla direzione di Maurizio Abeni, già assistente di Armando Trovajoli.
Alla fine, Aggiungi un posto a tavola resta una favola che continua a parlarci. In un’epoca di messaggi vocali, dirette social e notizie che si autoeliminano, ci piace ancora immaginare una Voce di Lassù che chiama un prete di montagna per salvare il mondo. Forse perché, sotto sotto, speriamo che bastino davvero poche virtù, un po’ di fede e qualche “formica” in più per cambiare il corso delle cose.
Con l’arrivo della colomba finale che sorprende e trasforma l’ilarità in commozione e ti tocca nello spirito
E allora sì, anche dopo 51 anni, aggiungiamo volentieri un posto a tavola. Qui, a Roma. Al Brancaccio fino all’11 gennaio. E un po’ anche dentro di noi.
Anna Maria
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