Sui titoli di testa, mentre le Frecce Tricolori fendono il cielo, scorrono le parole dell’articolo 87 della Costituzione Italiana: è lì che Paolo Sorrentino decide di collocare il suo nuovo film, La Grazia. Non un semplice incipit, ma una dichiarazione d’intenti. Il racconto prende avvio dal cuore della Repubblica, dai poteri e dai limiti del suo garante supremo, per scivolare subito dopo nel territorio più fragile e insondabile dell’animo umano.
Il protagonista è Mariano De Santis, Presidente della Repubblica Italiana, interpretato da un monumentale Toni Servillo alla settima collaborazione con Sorrentino. Un Capo dello Stato, verosimile ma rigorosamente inventato, di solide radici democristiane, cattolico, vedovo, giurista di fama, autore di un manuale di diritto penale di 2046 pagine, ribattezzato dagli studenti “Himalaya K3”, perché impossibile da scalare come una montagna che non esiste. Lo chiamano tutti “cemento armato”: solido, inattaccabile, uomo dell’equilibrio e del rinvio, capace di gestire sei crisi di governo grazie alla diplomazia, all’attaccamento alla Costituzione e a una prudenza che rasenta l’immobilità. Non coraggiosissimo, forse. Ma irreprensibile.
Eppure, sotto quella superficie compatta, qualcosa scricchiola.
De Santis è nel semestre bianco e si trova ad affrontare una serie di dilemmi che mettono a nudo il peso della responsabilità e la bellezza — dolorosa — del dubbio. Due richieste di grazia attendono la sua firma: da un lato un uomo, ex insegnante di storia, reo confesso per aver ucciso, strangolandola, la moglie malata di Alzheimer (ispirato dalla grazia concessa dal Presidente Mattarella nel 2019 a Giancarlo Vergelli che aveva strangolato la moglie ottantottenne malata di Alzheimer); dall’altro una giovane donna, vittima per anni di violenze, che ha massacrato il marito con diciotto coltellate mentre dormiva. A complicare ulteriormente il quadro, la bozza di una legge sull’eutanasia, affidata alla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), giurista come lui, che lo sprona a prendere posizione.
Attorno al Presidente ruota un piccolo universo affettivo e simbolico: la figlia, che gli ricorda di non fumare “hai un polmone solo, ricordi?”; l’amica di sempre Coco Valori, critica d’arte, che vigila sulla sua alimentazione con sarcasmo “Questa non è una cena, è un’ipotesi!”; e soprattutto l’assenza ingombrante della moglie Aurora, amata per una vita intera, che continua a riapparire nei ricordi come una visione sospesa, fluttuante nella nebbia di una brughiera. È il lutto, ma è anche la nostalgia a divorarlo. E poi c’è un tradimento, subìto quarant’anni prima, mai chiarito, mai perdonato, privo persino di un volto o di un nome. La ricerca ossessiva della verità, anziché pacificarlo, non fa che aumentare i dubbi.
Sorrentino costruisce così un ritratto pubblico e privato, in cui il Capo dello Stato e l’uomo coincidono e si contraddicono. “Se non firmo la legge sarò considerato un torturatore; se la firmo, un assassino”, confessa De Santis. È qui che La Grazia trova la sua forza: nell’impossibilità delle certezze, nel disorientamento della coscienza, nella zona grigia dove etica, diritto e sentimento smettono di coincidere.
Non manca il consueto simbolismo sorrentiniano: il cavallo prediletto agonizzante, che gli fa vedere e sentire il dolore nutrendo il dubbio, le sospensioni tra parola e immagine, la capacità di rendere visibile un moto interiore. De Santis tenta di smentire il soprannome di “cemento armato” cercando la verità da più vicino “il diritto ce la mostra solo da lontano”, visitando in carcere l’uomo che ha ucciso la moglie malata, riscoprendo la sua vena di magistrato. Ma insegue anche un sogno di leggerezza: l’assenza di gravità, la lacrima che galleggia dell’astronauta in orbita da un anno. Forse è troppo tardi per trovarla nella realtà. Forse basterebbe ricominciare a sognare.
Tra alpini e rap di Guè Pequeno — che ascolta, canticchia e finirà persino per insignire Cavaliere della Repubblica — Servillo regala un’interpretazione di rara misura. Un uomo che quando prega si assopisce e quando dorme non sogna più. Un uomo serio, come lo definisce lo stesso Sorrentino, perché “l’etica è una cosa seria. Tiene in piedi il mondo”.
Il film culmina in un ribaltamento potente e struggente: la telefonata alla direttrice di Vogue, concessa da ex Presidente, apparentemente sul tema della moda, si trasforma in un momento di confessione intima, empatica, carica di memoria e commozione. Prima ancora, quella passeggiata liberatoria in via dei Condotti — “Sono sette anni che non faccio una passeggiata” — richiama le fughe solitarie all’alba de Il Divo.
È lì, nella solitudine ritrovata, che De Santis riscopre i colori degli abiti della moglie, contraltare pastello del suo essere “uomo grigio”, e sembra finalmente disposto a smontare i propri pregiudizi, a conoscere il presente attraverso lo sguardo dei figli. A prendere decisioni. Senza rinunciare al dubbio. A concedere la grazia solo a chi ha ucciso pur amando e non a chi ha dichiarato di aver ucciso per amore e a firmare quella tribolata legge sull’eutanasia.
La Grazia è un film di dicotomie continue: un Papa sui generis: nero, col codino rasta e l’orecchino, in sella a una moto ma in abito convenzionale; un Presidente cattolico chiamato a pronunciarsi sul fine vita; un uomo capace di amare ma non di perdonare un tradimento ormai “prescritto”; una grazia concessa o negata a una moderna Beatrice Cenci, vittima e assassina insieme. Tutto convive, tutto si contraddice.
“Di chi sono i nostri giorni?”, chiede il film. La risposta sembra semplice — “sono nostri” — ma è con il muro della vita che bisogna fare i conti.
Sorrentino, ancora una volta, commuove e diverte, senza mai impartire lezioni. Il suo cinema non insegna: provoca. Sollecita una reazione emotiva, personale, universale, senza arroganza narrativa. La Grazia è un film sul valore del dubbio, qualità rara e necessaria, non solo in politica ma nella quotidianità. Perché forse, di presunte certezze, ne abbiamo fin troppe.
E Sorrentino, oltre a essere un grande regista, si conferma — se ancora ce ne fosse bisogno — un grande scrittore.
“Se guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso guarda dentro di te.” (Friedrich Nietzsche)
Anna Maria




