Un intrigo di cose non dette che si specchia nell’intrigo dei vicoli di Tangeri. È da qui che Le cose non dette prende forma e senso.
Due amici di vecchia data, Carlo e Paolo, e una rete di relazioni che si spostano, si deformano, si ricompongono in equilibri inattesi. Elisa, la moglie di Carlo, finisce per diventare più intima di Paolo che del marito stesso: a lui confida pensieri, paure, fragilità. Tra loro c’è un’intesa profonda, fatta di silenzi più che di parole. Quando Elisa, in lacrime, gli rivela di aver scoperto il tradimento di Carlo, Paolo risponde semplicemente: «Lo so». Lei non si stupisce, non chiede perché non la abbia avvertita. Né pensa che abbia coperto l’amico. Sa che ne è a conoscenza da poco. Lo sa col cuore. E sa che, per proteggerla, non glielo avrebbe comunque detto.
Il contraltare di Paolo è sua moglie Anna, figura irrequieta e insoddisfatta, che trasforma il proprio disagio in una costellazione di fobie, riversandole anche sulla figlia adolescente, Vittoria, che non vuole – o non riesce – a lasciar crescere. È una donna attraversata dalla paura dell’abbandono, una paura alimentata dall’attenzione che il marito riserva a Elisa. Eppure Anna sa essere leale fino alla spietatezza: è lei a rompere l’illusione, a smascherare il tradimento di Carlo e a mettere di fronte alla realtà Elisa che preferiva la comoda narrazione di “coincidenze” buone per ispirare uno scrittore alla dura verità.
E poi c’è Carlo. Docente di filosofia morale, ma drammaticamente avulso dalla morale stessa. Intrappolato in una doppia vita, convinto di amare due donne, incapace in realtà di amare persino se stesso. È lui, senza volerlo, ad “armare” la mano di Vittoria, bambina che in Carlo trova un confidente, un rifugio, un punto di ascolto assoluto. Per non perdere quell’unico spazio di protezione, Vittoria finisce per togliere di mezzo l’ostacolo che Carlo non ha avuto il coraggio di affrontare. Il cerchio dell’intrigo si chiude così, ma solo in apparenza.
Tutto è spezzato, il passato non è più recuperabile. E proprio dalle macerie, la fragile Anna – che a lungo non ha voluto vedere, che ha perso la propria linfa vitale nel tentativo di salvare quella del marito – ritrova finalmente una direzione, una voce, l’ispirazione creativa. La vita.
Le cose non dette è un film che riflette sulle omissioni, su ciò che scegliamo di tacere per paura di ferire e che invece finisce per ferire in modo irreparabile. Gabriele Muccino torna a indagare le storture dei legami affettivi, le crepe che attraversano le relazioni costruite sull’equilibrio precario dei silenzi. Lo fa con il suo stile riconoscibile, senza mezze misure, alternando melodramma e tensione thriller, Roma e Tangeri, primi piani insistiti e improvvise accelerazioni narrative.
Carlo ed Elisa sono una coppia in crisi personale e professionale dove l’impossibilità di avere un figlio diventa una frattura profonda, che apre lo spazio al tradimento e alla fuga. Il viaggio a Tangeri, pensato come tentativo di salvezza, si trasforma invece in un detonatore emotivo, un luogo labirintico in cui i non detti si moltiplicano e finiscono per esplodere.
Muccino costruisce il racconto come una lunga testimonianza a posteriori, affidata alle voci dei protagonisti, ciascuna parziale, ciascuna segnata da omissioni e autoassoluzioni. È un dispositivo narrativo che amplifica il tema centrale del film: la verità non è mai intera, ma frammentata, deformata dallo sguardo di chi la racconta.
In questo mosaico emotivo, spiccano due interpretazioni: quella di Miriam Leone, tutta giocata sulla sottrazione, sulla compostezza apparente dietro cui si accumula il dolore, e quella della giovanissima Margherita Pantaleo, straordinariamente credibile nel dare corpo all’ambiguità e alla vulnerabilità dell’adolescenza. Vittoria non è un personaggio accessorio, ma il vero punto di convergenza del racconto, lo specchio più crudele delle irresponsabilità adulte.
Le cose non dette è, a tutti gli effetti, un film che può dividere. Ma è anche un film che osa, che spinge sull’eccesso, che trasforma la crisi borghese in un intrigo emotivo soffocante, fino a sfiorare il noir. Un film imperfetto, ma vitale.
Le musiche di Verdi e Donizetti che fanno da sottofondo non stanno lì per caso: la scelta sembra eccessiva, fuori misura, ma di fatto è morbosamente irresistibile. Il finale, volutamente ambiguo, culmina in uno sguardo in macchina sulle note di Tuta Gold di Mahmood, chiamando in causa direttamente lo spettatore e lo interroga sulle conseguenze del silenzio e sul prezzo, spesso altissimo, delle verità taciute.
Nuovo bersaglio centrato dal Cineclub di Elisabetta, che ha portato nelle sale di Cineland, al termine della proiezione, Gabriele Muccino, Carolina Crescentini e la giovane Beatrice Savignani – Blu, la studentessa amante del professore Carlo – accolti da un pubblico foltissimo e partecipe.
Un’ennesima conferma del valore dell’associazione di Ostia che, ogni martedì, coinvolge i propri iscritti in una “lettura consapevole” dei film di prima visione, educando allo sguardo e alla settima arte
Anna Maria




