Il Cineclub di Elisabetta chiude in bellezza.
E lo fa con un film che non urla mai, non cerca effetti, non rincorre mode: Gioia mia è una poesia lieve e torrida, una carezza di memoria che sa di Sicilia, di persiane abbassate contro il sole, di santini alle pareti, di silenzi pieni più delle parole.
E forse è proprio questo il suo miracolo: raccontare un mondo che sembrava perduto senza trasformarlo in cartolina nostalgica.
La regista Margherita Spampinato costruisce il suo esordio cinematografico con una dolcezza autoriale rara, scrivendo, dirigendo e montando una storia “ad altezza di bambino”, capace di attraversare insieme il dolore, la crescita e la memoria. Un film piccolo solo nelle dimensioni produttive, ma enorme nella capacità di parlare a tutti noi.
Nico è un bambino di oggi.
Parla troppo, troppo in fretta. Vive immerso nella tecnologia, nel telefono, nel ritmo incessante di una quotidianità contemporanea che sembra aver cancellato il silenzio. Persino lo smalto sulle unghie racconta un’identità nuova, fluida, iper-consapevole. Ma improvvisamente tutto cambia: viene spedito dalla sua Sicilia “del nord” — moderna, laica, digitale — in una Sicilia antica e immobile, dove ad attenderlo c’è Gela, anziana zia scorbutica e religiosissima interpretata da una straordinaria Aurora Quattrocchi.
Nella casa di Gela non esiste il wi-fi.
Non esiste l’aria condizionata.
Esistono invece le carte da gioco, i pranzi interminabili, i sospetti sugli spiriti che abitano il piano di sopra, le chiacchiere di condominio, i “curtigghi”, le processioni, i piccoli riti quotidiani che sembrano appartenere a un tempo sospeso.
Ed è proprio lì che Gioia mia trova la sua forza: nel contrasto.
Da una parte un bambino insofferente, ferito dall’abbandono della babysitter Violetta — figura quasi materna della sua infanzia — dall’altra una donna inchiodata ai ricordi, ai rimpianti, a un passato che continua a vivere dentro ogni oggetto della casa. Due solitudini lontanissime che finiscono lentamente per riconoscersi.
Il film procede così, senza forzature, attraverso litigi, fughe, piccoli gesti e silenzi condivisi. E nel farlo riesce a raccontare qualcosa di universale: il momento esatto in cui smettiamo di guardare solo noi stessi e iniziamo davvero ad accorgerci dell’altro.
La Sicilia di Margherita Spampinato è gattopardesca, magica, afosa, quasi irreale. Una Sicilia di interni torridi e raffinati, magnificamente fotografata da Claudio Cofrancesco, dove il tempo sembra essersi fermato tra carte da parati scolorite, immagini sacre e superstizioni mai del tutto morte. Un luogo dove i bambini giocano ancora a nascondino e mosca cieca, mentre gli adulti vivono sospesi tra fede e mistero.
Eppure il film non giudica mai: osserva, accoglie, ascolta.
Persino gli elementi folkloristici — le cartomanti, i rumori attribuiti agli spiriti, il condominio popolato di nonne e nipoti — diventano parte di un racconto autentico, umano, profondamente sincero.
Non sorprende allora il percorso trionfale del film: dal Locarno Film Festival ai due David di Donatello conquistati quest’anno — Miglior esordio alla regia per Margherita Spampinato e Miglior attrice protagonista per Aurora Quattrocchi — passando per il riconoscimento come “Film della Critica” del SNCCI e il Cinematografo Award come miglior opera prima.
Ma al di là dei premi, Gioia mia colpisce perché riesce in qualcosa di rarissimo: essere semplice senza essere banale.
È un romanzo di formazione che sa di estate italiana, di quelle estati che forse non esistono più se non nei ricordi collettivi. Un film che ci riporta bambini davanti alle tapparelle abbassate nelle ore calde, ai rimproveri delle nonne, ai giochi in cortile, ai segreti sussurrati nei pomeriggi infiniti.
E ad arricchire ulteriormente la serata del Cineclub è stata proprio la presenza finale di Margherita Spampinato e di una travolgente Aurora Quattrocchi: spontanea, ironica, autentica, capace di conquistare il pubblico con la stessa naturalezza con cui sullo schermo conquista Nico.

Nessuna distanza “divistica”, nessuna costruzione: solo il piacere sincero del racconto e dell’incontro con gli spettatori.
Ed è forse questa la sensazione più bella che resta uscendo dalla sala:
quella di aver visto non soltanto un film, ma un frammento di vita.
Una vita fatta di dolore e tenerezza, di memoria e crescita, di scontri e riconciliazioni.
Una vita che, almeno per una sera, ci ha ricordato quanto possa essere rivoluzionaria la semplicità.
Anna Maria




