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Primavera

Primavera nasce liberamente dallo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, ma non è una semplice trasposizione né un’operazione citazionista. Piuttosto, è un film che ne raccoglie l’intuizione più profonda: la possibilità di entrare nella psiche, nelle pulsioni, nelle ferite intime della sua protagonista. C’è Cecilia e Antonio Vivaldi, certo, ma non come icona pop o come genio eccentrico da smontare e ricomporre.

Damiano Michieletto, al suo debutto in regia cinematografica ma forte della lunga esperienza di direzione in palcoscenici lirici, sceglie una sua strada: con toni severi, trattenuti e dolorosamente consapevoli – e molto efficaci – racconta una storia tra un uomo e una donna, un prete – nato prete ma senza vocazione – e una educanda, dove a trionfare non è la banale sintonia di corpi, ma l’affinità di anime orchestrate dalla musica

Primavera è un film felicemente e solidamente classico, pur essendo chiaramente moderno e contemporaneo nello sguardo. La gioia non è mai data, se non come promessa lontana, come spiraglio che solo la musica sembra talvolta lasciare intravedere. Tutto il resto è fatica, conquista, resistenza. È la sofferenza che attraversa una Venezia tutt’altro che cartolinesca: fredda, già decadente, indifferente alla gloria politica che la circonda. È la sofferenza che segna la vita quotidiana di Cecilia, interpretata con intensità da Tecla Insolia, e delle sue compagne dell’Ospedale della Pietà. Ed è la stessa sofferenza che si riflette nella malattia, fisica e spirituale, del Vivaldi di Michele Riondino.

Il compositore diventa così anche una figura di profonda ambiguità: colui che accende speranze che non saprà – o non vorrà – mantenere. Vivaldi illude Cecilia circa il suo futuro, le sue possibilità, la sua libertà; ma poi si ritrae, per ignavia, per vanità, forse per una debolezza strutturale che il film non assolve. La delusione che ne nasce è uno dei nuclei emotivi più forti del racconto.

Primavera è un film in cui tutto si riduce, brutalmente, a “una questione di soldi, di musica e di morte”. E in cui tutto, sistematicamente, passa sopra i corpi e le vite delle donne. Sono le donne a pagare il prezzo più alto, sono loro a farsi carico dell’aiuto, della comprensione, della cura. Mai i personaggi maschili, come la triste verità di quell’epoca, quando la donna veniva scelta come oggetto e come tale veniva trattata. Emblematico, in questo senso, il personaggio intenso e bellissimo interpretato da Fabrizia Sacchi, la Priora, che dietro la sua corazza costruita dalle origini scure della sua vita e dal doversi assoggettare a quella società maschile, si specchia nell’anima della giovane Cecilia e, assecondandone curiosità e desideri, soddisfa la propria insoddisfazione.

Michieletto, che proviene dal mondo della lirica, conosce profondamente il peso drammaturgico della musica e la utilizza in modo esaltante e commovente, senza mai abusarne e senza cercare una forzata “opera” nel cinema. Al contrario, dimostra di conoscere e amare profondamente il linguaggio cinematografico, pur essendo alla sua prima “primavera”: lo dimostra l’attenzione all’immagine, splendidamente scolpita dalla fotografia di Daria D’Antonio, e soprattutto all’immagine in movimento. Primavera avanza senza sprechi, senza parole superflue, affidandosi ai gesti, ai silenzi, agli sguardi, agli spostamenti dei corpi nello spazio. La musica è centrale, certo, ma non sostitutiva della narrazione. E questo è anche merito della sceneggiatura di Ludovica Rampoldi, tutt’altro che sacrificata: essenziale, rigorosa, profondamente cinematografica.

C’è, nel film, un’energia vitale compressa e struggente, un’irrequietezza che non viene mai completamente soffocata dallo scoramento. Nemmeno quando l’odioso nobile, interpretato da Stefano Accorsi, spezza – letteralmente – i sogni di Cecilia. Nemmeno sotto il gelo del clima, delle mura, di una condizione che è solo un gradino sopra la prigionia.

Se Primavera è un film classico, lo è nel senso più alto del termine: come lo è una musica che parla di cultura, universalità, eternità. Un classicismo moderno, elegante e composto, ma anche profondamente passionale e commovente, messo al servizio di una storia di patimenti, di sofferenze e di una speranza tiepida, lontana, che solo la musica riesce a rendere un po’ più vicina.

Il film, in programmazione da Natale, è stata una delle scelte “azzeccate” della consociata Cineclub di Elisabetta che è riuscita a portare in sala anche il regista, Damiano Michieletto, il compositore della colonna sonora, Fabio Massimo Capogrosso, e la produttrice IndigoFilm, Francesca Cima.

L’incontro con gli autori dà sempre una marcia in più. E così è stato anche ieri, 13 gennaio 2026. Il contatto umano con gli autori di un film di cui l’Italia deve andar fiera, la semplicità che solo i grandi sanno avere, entusiasti del sempre folto pubblico e delle domande mirate – e profonde – che un gruppo di liceali ha loro posto. Anziché sentirsi ringraziare, hanno ringraziato e palesato il loro umano, la loro quotidianità e gli obiettivi posti nel film, egregiamente raggiunti.

Per chi non lo ha visto, si affretti a farlo. E se questo film vi conquista, come ha conquistato me, è perché state vivendo la vostra “primavera”. Per noi che vorremmo fosse sempre primavera!

Anna Maria

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