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Alphonse Mucha: l’artista che voleva elevare l’Umanità con la bellezza

Sono stata alla mostra di Mucha, allestita a Palazzo Bonaparte, avvicinandomi all’Arte Contemporanea più per erudizione che per interesse, in quanto non incline a questi stili.

Ma la scoperta è stata davvero inaspettata.

Come tutti, il nome di Alphonse Mucha mi portava ai suoi manifesti: donne eteree, volute floreali, linee sinuose e colori pastello che hanno reso iconica l’Art Nouveau.

Grazie alla dettagliata, profonda e appassionata descrizione di Isabella Leone, ho appreso che nella vita e nell’opera di Mucha, c’è molto di più.

È un artista che ha dedicato la sua intera esistenza a portare la bellezza nel mondo per elevarne lo spirito.

Un artista, non un mero decoratore, come a molti potrebbe apparire

Dietro la grazia delle sue linee non c’è solo eleganza, ma una filosofia intera di vita.

Ecco, la filosofia, la sua filosofia che mai avrei potuto conoscere ascoltando l’audioguida o leggendo qualche descrizione sommaria su internet. “Entrare” nei suoi quadri attraverso le spiegazioni puntuali di Isabella è stato un riscoprire pensieri filosofici studiati e dimenticati e fare un continuo parallelismo con altri artisti che sono stati certamente la sua fonte di ispirazione: dal Neoplatonismo a Kant, da Sandro Botticelli, ai Puristi, ai Preraffaeliti, contaminati da culture orientali e da quello che era lo stile che imperava nella sua epoca: l’Art Noveau

L’attento allestimento di Palazzo Bonaparte regala infatti una sorpresa inaspettata: la Venere di Botticelli che impera al centro di una sala in tutta la sua pura bellezza.

Tutto questo per sintetizzare un pensiero profondo: Mucha non dipingeva “per decorare” ma per rivelare.

Per lui l’arte non era moda, non era gusto, non era intrattenimento: era una chiamata, un atto quasi sacro.

L’arte non può essere nuova. L’arte è eterna, come il progresso dell’uomo, ed è luce per il cammino del mondo.” Ecco come lo stesso Mucha sottolineava l’importanza dell’Arte che doveva toccare l’anima di ogni uomo, di qualsiasi ceto ed estrazione, elevandola e quindi migliorando la qualità della vita e generare una società migliore”

Ecco la chiave.

Mucha vedeva se stesso come un tramite, non come un creatore: un uomo incaricato di rendere visibile quella bellezza universale che, secondo lui, tiene le fila dell’intero universo.

E le opere che sono strumento di questa missione sono quelle più popolari e che lo hanno portato alla ribalta: i manifesti per Sarah Bernhardt, apparentemente dei semplici poster pubblicitari ma che invece sono le più rivoluzionarie sul piano sociale.

Questo perché con lui accade qualcosa di inaudito: l’arte esce dagli atelier e finisce per le strade, nelle vetrine, nelle mani del popolo.

Grazie a questa diffusione popolare, chiunque, anche coloro che non potevano permettersi o pensavano di non essere interessati ai quadri e ai musei, guardando i suoi poster entravano — senza accorgersene — in un mondo di armonie, simboli, poesia.

Medesimo effetto accadeva con quei prodotti per i quali Mucha realizzava etichette, donando quindi al pubblico un’esperienza estetica che era portatrice di un messaggio: la bellezza rende migliori, più sensibili, più profondi.

In un’epoca in cui la città moderna era diventata improvvisamente rumorosa, frenetica, inquinata, i manifesti di Mucha erano un’oasi: finestre aperte su un altrove più armonioso, più umano.

L’allestimento di Palazzo Bonaparte è un viaggio anche attraverso lo spiritualismo di Mucha, cercatore di luce. Da sola non avrei compreso la rappresentazione in dipinti del Padre Nostro, forse lo avrei addirittura frainteso. Sono sette tavole che interpretano il Padre Nostro come un cammino dell’anima verso la luce: mettermi al cospetto di quelle opere, leggerle sotto la giusta ottica, è stata una vibrazione all’anima e ho percepito, nel profondo, il suo pensiero, quando sosteneva che in quelle tavole aveva messo “tutto il suo cuore e tutta la sua fede”.

Non credeva in una religione dogmatica, ma in qualcosa di più vasto: l’unità dell’universo, la fratellanza dell’umanità, la luce divina presente in ogni cosa.

Un uomo votato a scoprire il più possibile lo sciibile: frequentò circoli teosofici, si avvicinò all’occultismo, abbracciò la massoneria, studiò testi antichi, partecipò persino a esperimenti medianici e fotografie “a doppia esposizione” per indagare i confini della percezione.

La parte meno nota, e forse la più grandiosa, è l’infinità di energie dedicate a dipingere l’Epopea Slava, venti tele monumentali che raccontano mille anni di storia dei popoli slavi. Per diciotto anni, dieci ore al giorno, su impalcature alte sei metri, Mucha ha lavorato come un “monaco dell’arte.”

Che dire? Capire la sua arte attraverso la mostra – ottimamente allestita e di magnificamente spiegata – è capire che la bellezza non serve a distrarre, ma a guarire; non serve a stupire, ma a elevare; non a decorare, ma a dare senso.

Guardare le sue opere — le stagioni, le stelle, le pietre preziose, i manifesti, i ritratti — significa partecipare a una riflessione sulla natura, sull’armonia, sulla vita e sul nostro posto nell’universo.

Anna Maria

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