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Il giovane favoloso e l’orrendo periodo a Roma

Pochi sanno che Giacomo Leopardi soggiornò a Roma durante la sua gioventù: un periodo terribile, di cui ci rimangono lettere e testimonianze di un Giacomo cinico, velenoso, astioso e involontariamente comico. 

 

Il “giovane favoloso” nasce a Recanati il 29 giugno 1798, dal conte Monaldo Leopardi e dalla marchesa Adelaide Antici: Giacomo è il primo dei figli della coppia, molti dei quali non supereranno l’infanzia.

 

Adelaide è una madre fredda, distaccata, profondamente cattolica e terrorizzata all’idea che le anime dei figli possano corrompersi e finire per bruciare all’Inferno. Per questo tenta con ogni mezzo di impedire ai figli di vivere la loro vita: non li incoraggia a prendersi cura di loro stessi, perché la vanità è peccato. Non esalta i loro successi, perché la superbia è vizio capitale. Al contempo, non manca mai di enfatizzare i loro difetti, le loro debolezze e mancanze e tutto questo per scoraggiare i figli a vivere e “salvarli” dalla dannazione eterna.

 

Monaldo è invece un padre piuttosto affettuoso, soprattutto con Giacomo, il suo pupillo. Questo primogenito così studioso, sapiente, amante della letteratura è motivo d’orgoglio per lui, ma è anche l’unica anima affine a Monaldo in quella piccola Recanati di fine ‘700. Tale è il pregio della compagnia che Giacomo fa al padre, che quando poi, nel 1815, Carlo Antici, fratello di Adelaide e grande amico di Monaldo, gli proporrà di ospitare il giovane Giacomo in casa sua a Roma perché preoccupato per la sua salute, il conte si rifiuterà, definendosi non pronto a perdere il suo unico amico a Recanati.

 

Gli amici di famiglia sono turbati dalla situazione di Giacomo: passa giornate intere, anche nottate spesso, chino sui libri, da solo, a leggere e a studiare. Non fa attività fisica, non prende mai una pausa dallo studio se non per recarsi brevemente a messa e la sua salute va via via peggiorando.

 

Anche Giacomo, in realtà, non ne può più di quella vita: ha da tempo intrapreso una fitta corrispondenza con Pietro Giordani, il quale non solo aveva ampliato i suoi orizzonti poetici, ma lo aveva anche reso affamato di mondo e di vita.

 

Finalmente, nel novembre 1822, i Leopardi decidono di mandare Giacomo a Roma. Nonostante un viaggio terribile su una vecchia carrozza scassata, il giovane ricorderà quel viaggio con entusiasmo: è l’inizio di una nuova avventura!

 

Un soggiorno che parte all’insegna della speranza, dei sogni, delle ambizioni: si concluderà amaramente, con la convinzione che, forse, il mondo reale non vale la pena di esser visto o vissuto, perché non sarà mai all’altezza delle nostre aspettative.

 

A Roma Giacomo vorrebbe innanzitutto trovare un impiego, magari presso la Biblioteca Vaticana, senza però prendere i voti, chiaramente! A Roma ci sono le ragazze e le ragazze di città, nella sua mente, devono essere sicuramente molto più libere e generose di quelle di paese.

 

La delusione è dietro l’angolo: la carriera nello Stato Pontificio prevede una spregiudicatezza e una mancanza di scrupoli che Giacomo non ha, anzi. Il giovane rimane disgustato dalla corruzione della curia romana.

 

Le donne, invece, non solo non sono generose come pensava lui, ma risultano addirittura indifferenti, sia nei confronti di Giacomo, sia dei suoi amici belli ed eleganti, e lui la prende male, tanto che arriva a definirle “befane”.

Come spiegare questa femminile noncuranza? Giacomo ci dice questo: in una città grande come Roma è impossibile emergere e farsi notare, c’è troppo di tutto. Arriverà infatti a dire che Roma è “la città che non finisce mai”, e non solo in senso geografico.

Nell’Urbe ci si perde tra mille volti, ci si sente soli, non si ha possibilità di stringere dei veri rapporti. L’unica soluzione è quella di crearsi una piccola bolla fidata, ignorando tutto il resto. Ma per fare ciò, ci dice il poeta, non è necessario uscire dal paese.

 

Nemmeno le bellezze romane lo conquisteranno, anzi: la grandezza dei monumenti gli verrà  a noia già dopo il primo giorno.

 

Possibile che in una città così immensa e infinita, nulla lo abbia conquistato?

In realtà un luogo sì: La tomba di Torquato Tasso, poeta a cui Giacomo si sente profondamente legato proprio da questa malinconia cronica.

Non a caso, al rientro a Recanati, rende il poeta protagonista di uno dei più bei dialoghi delle sue Operette morali: il Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, in cui il poeta, in prigione, riflette sul sogno, sulla noia, sull’illusione e sulla realtà inevitabilmente deludente.

 

Tornerà a Roma, molti anni dopo, a seguito dell’amico Antonio Ranieri. Dal suo alloggio vicino Via dei Condotti, Giacomo si troverà spesso a frequentare l’Antico Caffè Greco, sorseggiando una tazzina di caffè e continuando a guardare all’Urbe con profondo disprezzo.

Giulia Faina

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