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Mastroianni, Fellini e la “Dolce Vita”

È il 1958 quando Federico Fellini ed Ennio Flaiano iniziano a lavorare sulla loro idea per un nuovo film.

Del copione non hanno scritto nemmeno una riga, ma hanno un produttore, Dino De Laurentiis, e sanno chi non sarà il loro protagonista: Paul Newman.

Newman è troppo bello, troppo famoso, troppo riconoscibile. Fellini vuole una “faccia qualsiasi”.

È da questo intento che si lascia guidare, quindi, quando decide di ascoltare la moglie, Giulietta Masina, e incontrare l’attore di cui lei tanto gli aveva parlato, con cui aveva lavorato in gioventù: Marcello Mastroianni.

L’aneddoto racconta che Fellini chiamò Mastroianni per offrirgli la parte del protagonista, ma Marcello chiese almeno di poter leggere un soggetto, un canovaccio, una sceneggiatura. I due si misero d’accordo per incontrarsi poi sulla spiaggia a Fregene.

L’incontro è breve, ma decisivo. Fellini porge a Mastroianni un foglio, su cui dovrebbe esserci scritto il soggetto per il film. Mastroianni lo guarda, lo studia, lo squadra, ma non capisce. Sul foglio, solo disegni di donne nude in pose conturbanti. Marcello accetta il lavoro, ed è pronto a firmare.

De Laurentiis, però, non vuole che il protagonista de La dolce vita sia un attore conosciuto solo sul territorio nazionale, così si tira fuori dal progetto.

Poco male, Fellini ha già pronti altri due produttori: Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato, che gli lasciano anche una maggiore libertà.

A Fellini basta poco per capire che quella “faccia qualsiasi” è la scelta giusta, e la sintonia tra i due è perfetta.

Prima del film, però, gli fa perdere dieci chili, e fa il possibile affinché Mastroianni appaia il più nevrotico e inquieto possibile.

Lo fa truccare con ciglia finte ed enfatizza le occhiaie scure: l’attore deve avere un’aria dolente. Mastroianni è ora pronto per divenire a tutti gli effetti l’alter ego di Fellini, riuscendo comunque a non lasciarsi influenzare e a conservare la sua personalità.

Marcello rappresenta l’uomo moderno occidentale, disorientato, incapace di aderire fino in fondo ad un ideale, disperso nel suo tentativo di migliorarsi ed elevarsi moralmente.

Come la maggior parte dei film di Fellini, La dolce vita fa record di incassi all’estero. Vince la Palma d’Oro a Cannes e l’Oscar per i costumi, e viene nominato come miglior regia e miglior sceneggiatura.

A Mastroianni vale l’ennesimo Nastro d’Argento come miglior attore e il film diventa, già allora, un vero e proprio simbolo. E proprio come la maggior parte dei film di Fellini, in Italia, invece, il film viene fortemente criticato.

Alla prima a Milano, sia Fellini che Mastroianni vengono fischiati e insultati.

L’aristocrazia e la borghesia definiscono Fellini un ateo, traditore e comunista. La Democrazia cristiana era scandalizzata dal film, anche, in parte, per le velate accuse nei confronti del partito che molti critici vi avevano letto, mentre la Chiesa è divisa in due: il Papa invita i fedeli a pregare per l’anima di Fellini, mentre i gesuiti definiscono la pellicola “la più bella predica mai ascoltata”.

La Sinistra si schiera completamente a favore del film, arrivando anche a strumentalizzarlo un po’.Tutte queste polemiche, nonché il rischio della censura, spingono il pubblico ad accalcarsi per vederlo.

La dolce vita rende tutto ciò che è dentro di lei, iconico: la Fontana di Trevi raddoppia i suoi visitatori, il maglione a collo alto indossato da Mastroianni prende il nome dal titolo dell’opera, e il termine “paparazzo” entra a tutti gli effetti nei dizionari di tutto il mondo.

Mastroianni viene elevato a star internazionale, con cui tutte le attrici vorrebbero lavorare, l’attore italiano più pagato. Suo malgrado, la fama del film (e forse anche un’interpretazione troppo superficiale dell’opera) fa sì che gli venga frettolosamente appiccicata addosso l’etichetta del latin lover, da cui Mastroianni tenterà di discostarsi per tutta la vita, interpretando anche, nello stesso anno, il ruolo dell’impotente ne Il bell’Antonio con Claudia Cardinale, finendo poi, invece, per aumentare ancora di più il suo fascino. 

Lui, però, non si definiva né latin lover, né dolcevitaiolo, e mai si spiegherà il suo successo con le donne.

Virna Lisi lo definirà “un seduttore nato”, che ad un’avventura, però, preferiva le polpette.

Giulia Faina

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