Di “Repubblica Romana” ne conosciamo diverse: la prima, la pioniera, che ha gettato il seme del ritorno, è quella instauratasi con la cacciata di Tarquinio il Superbo nel 509 a.C.; quella francese, che ha saccheggiato l’Italia dei tesori più grandi; e quella garibaldina, che è stata il preludio dell’Unità d’Italia, l’assaggio delle lotte risorgimentali.
Ma c’è un’altra Repubblica Romana di cui si parla poco o mai, forse perché è vissuta nella mente e soprattutto nel cuore di un giovane, alla fine massacrato, oltraggiato con la damnatio memoriae, in parte riscoperto proprio dalle lotte risorgimentali.
Si chiamava Nicola di Lorenzo Gabrini, noto con il nome di Cola di Rienzo, a cui è stata dedicata una strada a Roma in un punto strategico e significativo, percorsa da migliaia di pedoni e automobilisti ogni giorno, per lo più ignari del suo sogno e del suo sacrificio, dettato dalla sua lotta per la libertà, quando “libertà” non significava difesa dei privilegi, come la classe dirigente intendeva
Era nato nel 1313, figlio di un taverniere e una lavandaia, in una Roma ridotta all’ombra dei suoi momenti di gloria, quando aveva raggiunto una popolazione residente di circa un milione e mezzo di abitanti. In quel 1313 non ne aveva neanche trentamila.
Trasferita la sede papale ad Avignone, Roma decadde al rango di un grosso paese. Da un giorno all’altro scomparve tutta l’economia gravitante attorno alla Curia e il potere era gestito essenzialmente da quattro famiglie; Colonna, Caetani, Orsini e Savelli, con altre gregarie di ognuna di queste, che combattevano con ogni mezzo per la supremazia.
Questa la Roma immiserita e priva di un governo stabile dove mosse i primi passi Cola di Rienzo che, povero com’era, non avrebbe potuto accedere all’istruzione che la sua mente fervida richiedeva.
Quando il destino…
Nonostante le malattie e la violenza da cui fu minacciata la sua infanzia, nonostante il fratello assassinato dai briganti dei Baroni, Cola riuscì ad avere un’istruzione.
Fu preso sotto l’ala protettiva di un prete che seppe leggere le capacità di quella mente assetata e gli insegnò il latino, la lingua degli antichi romani. Questo segnò un punto di svolta nella sua vita. Il latino per Cola fu come un faro con cui illuminare il mondo degli antichi.
La sua vivace intelligenza e l’amore per la cultura lo portarono ad approfondire l’interesse per la storia di Roma, per la cultura classica, per i monumenti della città. Questa sua passione per le antiche glorie di Roma s’intrecciò strettamente con il suo grandioso sogno: Roma doveva tornare ad essere guida dell’intera penisola e raccogliere intorno a sé tutti coloro che aspiravano alla libertà.
L’istruzione gli consentì di lavorare come apprendista presso uno studio notarile, diventare successivamente notaio e migliorare la propria condizione economica.
Nel “tempo libero” coltivò la sua passione: girovagava per i ruderi della Roma antica, nel Foro Romano, scoprendo lastre, iscrizioni…la sua lettura preferita!
Un giorno, mentre esplorava le rovine di un’antica chiesa, fece una straordinaria scoperta. Una targa di bronzo di oltre mille anni che commemorava l’investitura dell’imperatore Vespasiano. La sorpresa fu eccezionale: sulla targa c’era una dettagliata lista, non solo dei poteri di un governante, ma anche dei suoi doveri verso i sudditi. Nella targa era specificato che erano il Senato e il Popolo di Roma che congiuntamente conferivano il potere a Vespasiano.
Da lì la logica deduzione che l’autorità politica ha origine non dal potere ma dal popolo di Roma che poi delega quell’autorità all’imperatore.
S’era fatto e si poteva rifare, anzi si doveva!
E, se nel passato furono gli imperatori a glorificare Roma, ora il compito era prerogativa del Pontefice, il nuovo imperatore di Roma.
Fu così che motu proprio nel 1342 partì per Avignone, nel sud della Francia, per convincere il papa in carica all’epoca a ritornare a Roma che aveva abbandonato da circa 40 anni.
Ad Avignone, il povero ragazzo dei sobborghi si ritrovò in un mondo di ricchezza e potere. Era tutto ciò che non era Roma: sicura, stabile, elegante. La Corte papale era splendente e attirava le menti più brillanti dell’Europa medievale e la più brillante di tutte era quella del famoso poeta italiano, Petrarca.
I due sognavano entrambi il ritorno di Roma ad una grande civiltà; ma quella di Petrarca era letteraria, quella di Cola fondamentalmente politica
Papa Clemente VI era francese e non si lasciava condizionare dalle lotte di potere delle famiglie nobili romane, anzi le aveva volutamente sempre ignorate, ma stranamente dette credito alle parole di quello sconosciuto notaio della cui favella rimase estasiato.
Cola tornò a Roma senza Papa, è vero, ma insignito della carica di Notaio della Camera Capitolina e dopo una campagna che oggi possiamo definire mediatica, il 20 maggio 1347, col favore del popolo s’impadronì del governo della città e si proclamò «tribuno della libertà, della pace e della giustizia, liberatore della Sacra Repubblica Romana».
In pochi mesi ripristinò l’ordine pubblico, calmierò i prezzi, alleggerì le imposte, rese più equa la giustizia.
Il popolo era felice, i potenti no.
E come era accaduto in passato, in quella grande Roma mira del figlio del taverniere che aveva scalato l’apice sociale, anche Cola di Rienzo cadde vittima dei potenti.
Le vite e le fini di Giulio Cesare, Nerone, Domiziano e tanti altri forse erano state ignorate da Cola di Rienzo che, abbandonato dai suoi stessi seguaci e dichiarato eretico, fu costretto a fuggire dalla città.
Per anni, dopo la fuga da Roma, vagò per l’Italia spesso travestito da monaco. Avvilito, ma sempre idealista, venne accolto dai Fraticelli, una confraternita Cristiana dal libero pensiero, che sostennero i suoi sogni di una salvezza per i poveri non solo spirituale, ma anche politica.
Fu così che, tentando il tutto per tutto, decise di ritornare ad Avignone, consapevole del rischio che correva e della condanna a morte per eresia che incombeva su di lui.
Ma confidò sulla sua eloquenza: “Se solo mi sarà concesso di parlare”
Speranza accordata!
Grazie al favore di Innocenzo VI e all’intervento di Francesco Petrarca, Cola di Rienzo fu nominato senatore e rimandato a Roma, accompagnato dal legato pontificio, il cardinale di Spagna Egidio Albornoz, perché con la sua influenza lo appoggiasse nella restaurazione dello Stato Pontificio.
Il prestigio di Cola di Rienzo, però, non era più quello di una volta. L’ostilità dei nobili, che non perdevano occasione per screditarlo presso la cittadinanza, e alcuni errori politici ne determinarono la definitiva rovina.
Cola di Rienzo fu massacrato l’8 ottobre 1354 nel corso di una sommossa popolare, fomentata dai Colonna e altri baroni. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri disperse.
Di lui non rimase “neppure una cicca” racconta l’Anonimo romano, ma per fortuna grazie alle appassionate lettere e ai saggi di Petrarca, oggi sappiamo qualcosa della straordinaria storia di Cola di Rienzo.
Anche se l’eco del suo sogno, seppur in minima parte, rimase subito in città: il compito di ristabilire l’autorità papale fu affidato a Egidio di Albornoz che nel 1357 emanò le «Costituzioni egidiane», restaurando l’autorità papale nei territori della Chiesa in Italia e mettendo all’angolo i Baroni
Anna Maria
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