Passata alla storia per i suoi costumi non morigerati e per la sua ribellione e anticonformismo, ritenuta la prima “femminista” della storia, fu l’unica figlia – almeno legittima – di Augusto
Strappata alla madre Scribonia al primo vagito, Giulia trascorse l’infanzia nella casa paterna, sotto lo sguardo severo di Livia e facendo di tutto per non somigliare all’odiata matrigna che provò incessantemente a modellarla secondo il mos maiorum, gli antichi e morigerati costumi dell’età repubblicana. Le insegnò a tessere e a filare la lana, cercò di inculcarle modi pudichi e temperati, ma fu tutto inutile: Giulia era ribelle, trasgressiva e spregiudicata di natura e irrideva quegli insegnamenti che l’inflessibile Livia le impartiva.
La morigeratissima Livia, la donna sposata per cui Augusto, sposato, perse la testa, trafitto dal dardo della passione, e con la quale rimase sposato per tutto il resto della sua vita e alla quale riservò le ultime parole della sua vita “Livia, vivi nel ricordo del nostro matrimonio e addio”.
La morigeratissima Livia, condotta all’altare dal marito Claudio Tiberio Nerone e impalmata da Augusto tre giorni dopo aver divorziato da Scribonia, che subì l’oltraggio non appena dette alla luce Giulia, il 30 ottobre del 39 a.C.
Benché deluso dalla nascita di una femmina che lo impegnò per tutta la vita alla ricerca di un erede, Augusto usò la figlia, attraverso un’accorta politica matrimoniale, come strumento per consolidare il suo potere. A due anni la promise a Marco Antonio Antillo, figlio di Marco Antonio, che ne aveva dieci. Rotta quell’alleanza, la promise a Cotisone, re dei Geti (più o meno gli attuali Bulgari), ma senza mai sposarla.
A quattordici anni Giulia sposò il cugino Marco Claudio Marcello di diciassette. Coppia da sogno: belli, ricchi, popolari, ma il ragazzo predestinato alla successione morì solo due anni dopo, improvvisamente: malattia oscura o avvelenamento?
E sì, perché Marcello era adorato da suo zio Ottaviano Augusto e tutti ritenevano che sarebbe stato lui il suo successore, ma la moglie Livia lo osteggiava silenziosamente e subdolamente, poiché suo obiettivo era quello di portare sul trono di Roma Tiberio, il suo adorato figlio, anche se di primo letto.
Augusto non perse tempo e risposò Giulia, che aveva diciotto anni, con Agrippa, quarantaduenne vigoroso e rude, gagliardo e autorevole, suo braccio destro e grande stratega militare, suo amico d’infanzia e coetaneo anzi, sei mesi più anziano di lui!
Nonostante la differenza d’età, fu un matrimonio riuscito, allietato dalla nascita di cinque figli e i tre maschi furono adottati da Augusto come suoi futuri successori.
Ma, nonostante la sua “invincibilità”, anche Agrippa morì prematuramente, improvvisamente e inspiegabilmente, come poi Caio e Lucio….una febbre che perseguitava tutti i designati da Augusto alla successione, ma non quella stabilita da Livia che non vedeva di buon occhio i figli “rivali” che Giulia aveva avuto da Agrippa e che erano stati adottati da Augusto e perfino nominati “Cesari” prima di una morte tanto prematura quanto sospetta.
E fu così che, spegnendo il sorriso di Giulia, Augusto le comunicò il nome del nuovo marito, Tiberio, il primogenito della sua matrigna Livia. Mai scelta fu peggiore di quella. Tiberio, che era sposato con l’amatissima Vipsania Agrippina, fu costretto a divorziare e da quel momento covò un risentimento scontroso e torvo verso il suo patrigno. Giulia, esuberante, impetuosa, trasgressiva, si ritrovò al fianco un uomo taciturno, ipocondriaco e bieco, che non l’amava e non la desiderava. Tiberio non aveva stima di Giulia e Giulia lo considerava un cafone: lo diceva sempre a Sempronio Gracco, che addirittura lo scrisse ad Augusto. Dissapori, incomprensioni, liti e sordi rancori avvelenarono da subito quelle nozze che finirono presto: i loro cuori rimasero sempre lontani, come i loro letti.
Fu così che dopo quel matrimonio, Giulia incominciò ad assumere atteggiamenti poco conformisti: iniziò a frequentare circoli letterari alla moda, a vestirsi in modo eccentrico, a circondarsi di un codazzo di corteggiatori, riservando le sue attenzioni però solo a Iullo Antonio, l’altro figlio di Marco Antonio, quello che fu il suo amore, ricambiato, già all’età di 5 anni.
Bella e lussuriosa, frivola e scapestrata, i fianchi pieni e il sorriso adescante. La sua natura era inquieta e ribelle, esuberante e disinibita, spavalda. La sua sensualità sbrigliata e la sua brama di godere dei piaceri della vita indussero lei, la figlia dell’Imperatore di Roma, a comportamenti oltraggiosi della morale che non le furono mai perdonati: accusata dal padre, con una durissima lettera al Senato, di numerosi atti di adulterio e di essere una vera e propria prostituta, lo stesso, di suo pugno, sciolse il matrimonio con Tiberio.
L’accusa più pesante doveva essere quella di congiura ma non fu mai pronunciata, per non creare un grande allarme fra la popolazione.
Ebbene sì, secondo la storiografia moderna, Giulia incarnò in qualche modo una opposizione al regime paterno ma, soprattutto, il vero contraltare allo strapotere che Livia aveva assunto nella Domus imperiale. Certamente colta, ella fu, forse, la Corinna cantata dallo scandaloso Ovidio, poeta dell’amore; e nondimeno fu amante “storica” di Iullo Antonio, anch’egli poeta. La diffidenza di Augusto si appuntava soprattutto contro di lui, avvenente, prestante e di gagliarda vigorìa, innamorato perso e ampiamente ricambiato da Giulia.
Forse da questa frequentazione nacque la folle idea di una congiura antiagustea, che però nella storia è rimasta solo un’idea, soprattutto di Livia.
Fatto sta che Augusto nel 2 a.C. la fece esiliare nell’isola di Pandataria (oggi Ventotene), nel mar Tirreno, due chilometri quadri di terra battuta dai venti e arsi dal sole, dove tuttora a Punta Eolo si possono vedere i resti di quella che fu la sua dimora. Marco Iullo, accusato apertamente di congiura, si uccise.
Giulia rimase in esilio a Ventotene per cinque anni, con la madre Scribonia che si offrì di condividere con lei la mala sorte e per Giulia iniziò il periodo più terribile della sua vita. Le restrizioni che suo padre le impose furono solitudine, niente vino, nessuna raffinatezza e la proibizione a tutti gli uomini di avvicinarla
Malgrado le suppliche del popolo e i tentativi di molte personalità influenti di farla tornare, Augusto fu irremovibile e non le permise mai più di rientrare a Roma, neppure per partecipare alle esequie dei suoi due figli. Addirittura, prima di morire, ancora roso da astio inestinguibile, stabilì che mai lei sarebbe tornata a Roma, neppure da morta: mai avrebbe potuto trovare posto nel grandioso Mausoleo che egli aveva fatto costruire per sé e per i componenti della sua famiglia, quella gens Iulio-Claudia che rese Roma fulgida e gloriosa, ma che fu sempre innervata di sangue e lussuria.
Trasferita dal padre a Reggio Calabria, dove il suo regime di esilio fu leggermente attenuato, alla morte di Augusto nel 14 d.C., l’ex marito Tiberio, diventato imperatore – il primo imperatore effettivo di Roma – le confiscò i beni e la costrinse a vivere in uno stato di indigenza tale che, nel giro di pochi mesi, nello stesso anno, la portò alla morte. Le aveva revocato persino la compagnia della madre e comunicato con orgoglio l’assassinio dell’ultimo figlio, Marco Agrippa Postumo
Passò alla storia per aver risposto a chi si stupiva del fatto che tutti i suoi figli fossero il ritratto del padre: “Io imbarco passeggeri solo dopo che la nave è carica“, un sense of humor che probabilmente fu più frutto di chi tesseva la trama che suo.
Insomma, l’unica figlia amatissima di Ottaviano Augusto fu anche la dolorosa spina nel fianco di tutta la sua vita. Ma probabilmente solo per la sinistra ombra di Livia che si stagliò sul fondale della storia.
Anna Maria
Immagine di copertina: Giulia Maggiore in esilio a Ventotene, dipinto di Pavel Svedomsky
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