Dieci anni fa un piccolo paese del Canavese veniva travolto da una vicenda di cronaca nera che lasciò l’Italia sgomenta: l’omicidio di Gloria Rosboch.
Oggi LA GIOIA, diretto da Nicolangelo Gelormini e sul grande schermo dal 12 febbraio, torna su quella ferita ancora aperta e la trasforma in racconto cinematografico. Non un film d’inchiesta, non una ricostruzione documentaristica, ma una riflessione fosca e perturbante sull’illusione sentimentale, sulla manipolazione e sulla fragilità umana.
La storia si ispira al caso di Gloria Rosboch, insegnante di francese, donna semplice e riservata, scomparsa il 13 gennaio 2016 e ritrovata senza vita un mese dopo in una discarica nei boschi di Rivara. A ucciderla fu il suo ex allievo, Gabriele Defilippi, giovane trasformista capace di indossare mille identità, di affabulare, sedurre, promettere un futuro che non esisteva.
Ma Gelormini non si limita alla cronaca. La supera.
La miseria dell’amore
Il film, ispirato anche alla pièce SE NON SPORCA IL MIO PAVIMENTO, indaga una domanda inquietante: cosa non si fa per amore? O meglio: quanto può essere potente l’illusione di un amore mai vissuto?
La protagonista — qui ribattezzata Gioia — è una donna sospesa, fragile, cresciuta in una quotidianità fatta di doveri e silenzi. È una vecchia-bambina, come la definisce Valeria Golino che le dà volto e voce sullo schermo. Vive con i genitori, conduce un’esistenza ordinaria, quasi invisibile. È una figura che non chiede molto alla vita, ma che improvvisamente intravede una possibilità di felicità, di riscatto, di passione tardiva.
Ed è proprio lì che si consuma la tragedia.
Il giovane manipolatore — interpretato da Saul Nanni — non è soltanto un truffatore: è un camaleonte. Angelo e demone, gentiluomo e ribelle, maschile e femminile, fragile e calcolatore. Un ragazzo vuoto che si riempie di identità provvisorie, forgiato a far soldi in ogni caso e in ogni modo, privo di sentimenti, ma forse alla ricerca di una madre che, di fatto non ha, perché sua madre non è quella madre che ama e protegge.
Il film insiste su questa ambiguità, lavorando sul corpo, sui movimenti, sulla trasformazione fisica e psicologica.
Non c’è compiacimento. C’è inquietudine.
Tre interpretazioni potenti
Valeria Golino costruisce una Gioia intensa e dolorosamente umana. La sua è una performance trattenuta, fatta di sguardi bassi, di esitazioni, di improvvise accensioni emotive. Non chiede compassione, non si offre come vittima sacrificale: è una donna che per un istante si sente onnipotente, desiderata, viva. Ed è proprio questa vertigine a renderla vulnerabile.
Accanto a lei, Jasmine Trinca restituisce la complessità morale di un personaggio che non giudica ma osserva, che si muove sul confine tra comprensione e incredulità.
È una madre che si serve di suo figlio per evadere dalla normalità della vita che la disgusta, che insegna a suo figlio ad essere immorale, che manipola il manipolatore.
E poi Saul Nanni che è il perno inquieto attorno a cui ruota tutto il film.
La sua prova è, prima di tutto, stratificata e disturbante. Nanni non costruisce un “mostro” riconoscibile, né un villain lineare. Lavora per sottrazione. Il suo personaggio seduce prima ancora di manipolare. Sorride, si inclina verso l’altro, ascolta. È morbido nei gesti, misurato nelle parole. Ed è proprio questa apparente leggerezza a generare disagio.
La forza della sua interpretazione sta nell’evitare la caricatura del narcisista: non c’è compiacimento, non c’è eccesso. C’è un vuoto. Un centro assente. Un’identità che cambia pelle a seconda dello sguardo che ha davanti.
Fisicamente lavora molto sul corpo: postura, camminata, modulazione della voce. Nei momenti in cui il personaggio assume identità diverse — maschili, femminili, affettive, professionali — non c’è mai parodia. C’è trasformismo. E il trasformismo non è spettacolo: è strategia di sopravvivenza.
La sua è un’interpretazione gelida nella superficie e opaca nel profondo.
Non cerca di spiegare il male, non lo psicologizza eccessivamente. Lo lascia accadere.
E questo è rischioso.
Perché lo spettatore, almeno per un tratto, può persino capire perché qualcuno si fidi di lui. È qui che il film diventa più inquietante: quando ci rendiamo conto che la manipolazione non passa attraverso la violenza, ma attraverso il fascino.
Una performance ambigua e controllatissima che trasforma il carisma in strumento di destabilizzazione
Gelormini dirige con toni radicali, con una ricerca visiva che evita il realismo televisivo. Non è un episodio di cronaca nera. È un racconto sull’onnipotenza dei sentimenti quando non trovano argini nella realtà.
Il gelo della provincia
Il Canavese non è solo uno sfondo geografico: è una dimensione dell’anima.
La provincia, con le sue strade silenziose, i boschi, le rotonde anonime, diventa metafora di un altrove promesso e mai raggiunto. L’auto che conduce Gioia verso la morte è quasi un anti-carrozza fiabesca: non la porta verso un castello sulla Costa Azzurra, ma verso una sbarra tra le sterpaglie.
La gioia promessa si rivela un abisso.
Un film che non consola
La forza del film sta proprio qui: non cerca spiegazioni rassicuranti.
Non assolve, non condanna con enfasi. Mostra.
Mostra la manipolazione come arte sottile, la solitudine come crepa, il desiderio come punto cieco. E soprattutto mostra quanto sia difficile distinguere, quando si è emotivamente coinvolti, tra amore e finzione.
La vera domanda che resta allo spettatore non riguarda il delitto — di cui conosciamo già l’esito — ma il processo interiore che conduce una persona a fidarsi ancora, nonostante tutto.
Perché la gioia, quando è solo un’illusione, può diventare la più crudele delle trappole.
Anna Maria




