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La “donnesca mano”

Nell’Italia del Seicento, stretta dalla morsa della dominazione spagnola e della Controriforma, il clima politico e sociale subì un’involuzione rispetto alla tolleranza e all’apertura del Rinascimento.

Tuttavia, pur nel suo clima controverso, qualche segno di progresso civile lo vide anche l’Italia, con l’avvento della pittura “al femminile”, che modificò il mondo dell’arte così come quello della società, seppur a piccoli passi.

Le artiste, in primis Artemisia Gentileschi, ruppero con la tradizione patriarcale della bottega d’artista e fecero della pittura il loro mestiere, aiutate nello scopo anche dalla convinta aderenza alla causa romana, che stava facendo del culto delle immagini una potente arma di educazione di massa per arginare l’eco della Riforma Luterana e propagandare la “verità rivelata”.

Pur all’interno di un clima sociale non libero, riescono a far sentire la loro voce, a portare nell’arte nuovi punti di vista e una grazia quale prima non aveva mai posseduto. 

Se la fede cattolica era la conditio sine qua non per potersi esprimere, una volta pagato questo pegno si ha modo di portare, “fra le righe”, anche un autentico contributo sociale; se ancora non si può parlare di “coscienza femminile”, è comunque un fatto che la presenza della donna nella società comincia a farsi notare.

In quest’opera sono rappresentate non solo le fattezze dell’artista, ma anche il suo status e la sua bravura, e forse, l’orgoglio di essere una delle artiste più celebri della sua epoca, prima donna ammessa, nel 1616, alla prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno fiorentina: ecco la corona di alloro!

Un intrigante dipinto che pone un interessante problema di identità: è un autoritratto di Artemisia o un ritratto/autoritratto di Simon Vouet?

Una giovane donna, riccamente abbigliata con in testa la corona d’alloro (simbolo di gloria), intenta a dipingere il ritratto di un uomo.

La donna tiene in una mano la tavolozza dei colori e nell’altra il pennello, mentre guarda direttamente verso lo spettatore.

L’immagine è inserita su uno sfondo monocromo scuro, illuminata da uno squarcio di luce che dall’alto si riflette sul viso, sul petto e sul mantello bianco, creando forti contrasti chiaroscurali.

Dipinge il ritratto di un uomo, il cui volto presenta tratti somatici fortemente connotati da far pensare che si tratti di un ritratto dal vero.

Dunque, l’autoritratto è quello idealizzato di Artemisia o quello che compare sulla tela dipinta dalla Pittura?

Artemisia desiderava passare ai posteri. Per questo ha moltiplicato l’invio dei suoi autoritratti ai suoi mecenati, amici e sponsor.

In questo autoritratto del 1637 dove, riccamente vestita, coronata di alloro, sta esercitando la sua arte, Artemisia è all’apice della sua carriera.

L’arte di dipingere, con orgoglio fatta propria, ha reso Artemisia la più nota artista femminile che l’ha vista sgomitare in un mondo maschile e maschilista, crescere, mettersi a capo di una bottega, avere importanti mecenati, essere una donna libera grazie alla sua arte.

Suo padre dovette ammetterlo: su tutti i figli solo lei aveva ereditato il suo pennello anzi lo aveva superato!

E il volo fu tanto alto che è arrivata fino a noi.

Anna Maria

Visita guidata tematica: Artemisia, il coraggio di essere donna

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