Le fave (Vicia faba) sono tra i legumi più antichi coltivati dall’uomo: erano già diffuse nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente migliaia di anni fa. Per civiltà come Egizi, Greci e soprattutto Romani erano un alimento fondamentale, povero ma nutriente.
Ma non solo: avevano anche un forte valore simbolico e rituale.
Nella cultura romana, le fave erano legate al mondo dei morti. Durante la festa dei Lemuria, il pater familias gettava fave nere per placare gli spiriti degli antenati. Questo ha lasciato tracce anche nella tradizione cristiana (pensa alle fave associate ai defunti in alcune regioni).
Ma cosa era la Lemuria?
Era la festa romana dedicata alla placazione degli spiriti dei morti inquieti, chiamati “lemures”. Celebrata a maggio, rappresentava un importante rito domestico per purificare la casa e proteggere la famiglia dalle anime malevole dei defunti.
Il periodo interessato era tra il 9 e il 13 maggio e il rituale principale consisteva nell’offrire fave nere e formule apotropaiche per espiare e placare i morti non onorati o inquieti
Secondo la tradizione, la Lemuria fu istituita da Romolo per placare lo spirito di suo fratello Remo, morto tragicamente. Il termine “lemures” divenne in seguito sinonimo di fantasmi o anime inquiete. Il rito rifletteva il profondo legame dei Romani con il culto domestico e la memoria degli antenati.
Durante la Lemuria, il pater familias si alzava a mezzanotte, camminava scalzo per la casa e gettava fave nere dietro di sé pronunciando formule rituali per liberarsi degli spiriti. I partecipanti battevano poi pentole di bronzo per scacciare le presenze maligne. Questi gesti avevano lo scopo di ristabilire l’ordine e la purezza del focolare.
La Lemuria aveva affinità con altre celebrazioni dei morti, come i Parentalia, ma si distingueva per il carattere espiatorio e privato. Nei secoli successivi, parte dei suoi temi rituali influenzarono le ricorrenze cristiane legate ai defunti, come la Commemorazione dei Morti.
Anche se scomparsa con l’avvento del Cristianesimo, la Lemuria ha lasciato tracce nel linguaggio e nell’immaginario occidentale: il termine “lemure” sopravvive come sinonimo di spettro o fantasma.
Inoltre, le fave – come da tradizione contadina – si seminano il 2 novembre.
🧀🐑 L’incontro tra fava e pecorino
Il pecorino, formaggio di latte ovino, ha anch’esso origini antichissime: era già largamente consumato nella Roma antica, soprattutto dai pastori. L’abbinamento con le fave nasce per motivi molto concreti:
- stagionalità: le fave fresche arrivano in primavera
- complementarità nutrizionale: fave → proteine vegetali, freschezza; pecorino → grassi, sapidità, energia
- cucina contadina: semplice, immediata, senza cottura
🌼 La tradizione del 1° maggio
Il vero cuore della tradizione, però, è legato al calendario agricolo e festivo.
In Italia centrale (Lazio in primis), fave e pecorino sono il piatto simbolo del Festa dei Lavoratori. Perché proprio quel giorno? Segna il pieno della primavera e dei primi raccolti ed era (ed è!) occasione di scampagnate e pasti all’aperto, rappresentando quindi un momento di convivialità semplice e condivisa
Mangiare fave e pecorino diventava quindi un gesto quasi rituale: celebrare la terra, la stagione nuova e il piacere dello stare insieme.
Ecco perché è diventato uno dei grandi vanti della tradizione romana: più che un antipasto finisce spesso col costituire un intero pasto per via del fatto che un boccone tira l’altro e se ne mangia sempre talmente tanta!
La fava però deve essere romanesca e soprattutto fresca il pecorino piccante e con la lacrima. Ma ancora non basta: ci vuole del buon vino leggero da bere allegramente per spegnere la sete causata dal pecorino,
“ ‘N discorso a parte se deve fa però pe la fava cor pecorino che non è proprio ‘nantipasto e nemmeno ‘no stuzzicarello, perché a Roma de fava cor pecorino, pe’ la verità, se ne magna ‘na montagna!
Si ‘nfatti ve capita d’annà foriporta quand’è staggione, su le tavole de l’osterie o ‘n campagna ne li prati, potete vede tanta de quella gente che ce fa tutto er pranzo e che poi ce se diverte puro.
Tutto er monno ce la vorrebbe ave’, la fava fresca de l’orti romani co’ quer pecorino piccante co’ la lacrima che più ne magni, più bevi e più ne magneresti!
‘N par de scafe de fava co’ ‘n tocchetto de pecorino bbono, ‘n gotto de vino come se deve, e che se po’ volé de più?” (poesia anonima romana)
Anna Maria




