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E la sua anima vaga…

A pochi dice qualcosa il nome di Lorenza Feliciani, eppure a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento fu protagonista di avventure, regina di salotti, desiderio – soddisfatto – di molti uomini e invidia – rimasta tal quale – di molte donne

Nacque a Roma l’8 aprile del 1751. Suo padre era un artigiano (lavorava l’ottone), sua madre una lavandaia. Dunque nacque in una famiglia poverissima.

Ebbe però la fortuna di essere straordinariamente bella e, nonostante la profonda ignoranza, dotata di grande intelligenza con la quale seppe mettere a profitto le sue qualità: occhi azzurri, capelli dorati, lineamenti delicati, corpo esile e slanciato.

Eccelleva nella scaltrezza votata alle conquiste venali e, aiutata da un fascino reso provocante dalla baldanza, seppe attirare e accattivare gli sguardi avidi degli uomini.

Similes cum similibus facillime congregantur, tradotto in breve “Dio li fa e poi li accoppia”, a 17 anni incontrò Giuseppe Balsamo, che di anni ne aveva 25. Anche questo nome, così, ci dice poco.

Fatto sta che per i due, come l’orso con il miele, fu attrazione fatale!

Anime gemelle, attratti dai facili guadagni e dalla bella vita, ad ogni costo: truffatori, spregiudicati, avidi di raggiungere la medesima meta, i due si sposarono col consenso dei genitori di lei nella chiesa di San Salvatore in Campo l’8 aprile del 1768.

Cominciò così la vita che entrambi avevano da sempre desiderato.

Punto di svolta fu l’incontro con Casavova che conferma quanto Lorenza dovesse avere uno charme particolare se lui, uno che del gentil sesso se ne intendeva, quando la incontrò esaltò l’avvenenza di Lorenza, fino a dire che: ‹‹Destava interesse per la sua giovanissima età, per la sua bellezza che la mestizia aumentava››. L’acuto conoscitore dell’anima femminile arrivò addirittura a dedicarle uno spazio nella sua “Storia della mia vita”, dicendo di lei: «Ella mi disse che era romana, e non aveva bisogno di dirmelo, giacché il suo grazioso linguaggio mi dava certo che così fosse… Disse che suo marito, uomo vigorosissimo, non aveva sofferto, ma che lei aveva patito atroci pene nel dover camminare sempre a piedi e dormire in letti cattivi, quasi sempre vestita per paura di contrarre malattie della pelle, di cui poi sarebbe stato molto difficile guarire. Mi parve verosimile che ella ci parlasse di quella circostanza non per altro per metterci nella curiosità di vedere la pulizia della sua pelle in altre parti oltre le braccia e le mani, delle quali intanto ci lasciava vedere gratis la bianchezza e la perfetta pulizia».

Insomma Lorenza ha grandi capacità di seduzione, possedendo l’arte di mostrarsi con naturalezza e apparente ingenuità, qualità che accende il desiderio degli uomini.

Ma Lorenza Feliciani è donna spregiudicata, che usa il suo fascino per ottenere e l’associazione a delinquere con il marito è perfetta: nel 1771 a Londra, un quacchero venne sedotto da Lorenza che poi si fece sorprendere dal marito durante l’amplesso.

L’onta fu pagata con una considerevole somma, per evitare lo scandalo.

L’incipit di un sistema molto remunerativo: Lorenza adescava e seduceva gli uomini, li inebriava nei giochi di letto per favorire le mascalzonate del marito.

E fatti i soldi, si poté finalmente entrare nella scena. E l’idea fu proprio di Lorenza. Il marito non si chiamava semplicemente Giuseppe Balsamo bensì, prima di arrivare a quel cognome, bisognava pronunciare altri nomi: Giovan Battista, Vincenzo, Pietro, Antonio, Matteo. Esattamente come i nobili!

Allora lui si ricordò della sua madrina per procura…ed ecco coniato il personaggio che con il portafoglio pieno dei soldi sottratti con l’inganno, poteva entrare nelle corti europee.

Nacquero così il conte e la contessa di Cagliostro che con l’occasione volle chiamarsi Serafina!

Ora la storia prende forma, vero?

Anche negli ambienti altolocati proseguì “mènage à trois”: ormai era un rito!

Chi avrebbe mai potuto prevedere un futuro così radioso per l’adorabile e sensualissima Lorenza, scaltra quanto digiuna di qualsiasi istruzione e di famiglia poverissima? Chi avrebbe mai potuto pronosticare per una popolana, seppur bellissima, l’accesso ai ranghi nobiliari?

Intanto il conte Cagliostro aveva conquistato notorietà anche come guaritore, intensificò i suoi viaggi con accanto la consorte, toccando le terre più disparate: Olanda, San Pietroburgo, Strasburgo, Parigi.

Padrone della formula: ‹‹In herbis, in verbis, in lapidibus››, Cagliostro guariva attraverso infusi di erbe, con la forza della suggestione delle parole e con capacità ipnotiche e magnetiche, utilizzando le mani: ha anticipato la pranoterapia.

E la Feliciani, malgrado il suo essere digiuna di qualsiasi istruzione, diede vita alla Loggia di Iside sotto le vesti di Regina di Saba.

Insomma, i conti Cagliostro più che marito e moglie furono due soci in affari. La loro associazione a delinquere, però, non sempre funzionò: erano entrambi troppo smaliziati e avidi per rimanere fedeli al copione dei loro ruoli. Erano troppo simili nella smania di protagonismo e di avventura per non tradirsi vicendevolmente.

A sciogliere l’idillio fu lei: quando in Francia, nel settembre del 1772, i due coniugi conobbero l’avvocato Duplessis, amministratore dei beni della marchesa de Prie, Lorenza ne divenne l’amante col consenso compiaciuto di Cagliostro che mirava a far proprie le ricchezze della marchesa.

Fu in questa occasione che Lorenza tentò di mettersi al sicuro, cercando di assicurarsi l’agiatezza della vita con Duplessis a scapito di quella spericolata con Cagliostro: denunciò il marito per sfruttamento della prostituzione, proprio come le aveva suggerito il suo confessore, cioè per il bene della sua anima.

Considerando però che per Lorenza la salvezza della sua anima non era poi così importante, sicuramente era il tentativo di impadronirsi del patrimonio del marito.

Il piano non le riuscì né a Parigi, né tantomeno a Roma.

Accusato di eresia, fu condannato alla morte sul rogo. L’abiura lo salvò dalla terribile morte che Pio VI la commutò nel carcere a vita nella fortezza di San Leo, per l’epoca luogo di detenzione di massima sicurezza.

La sua vita durò poco più di quattro anni: Cagliostro si spense il 26 agosto del 1795 e fu seppellito, da eretico, senza cassa e in un luogo sconsacrato. Nell’atto di morte, redatto da un prelato del castello di San Leo, fu espressa pietà cristiana e commiserazione umana nei suoi confronti: ‹‹Nacque infelice, più infelice visse, morì infelicissimo››.

Ma il futuro che aspettò Lorenza fu ben diverso da quello che aveva ipotizzato: anche lei fu coinvolta nello stesso in giudizio e, proprio come stabilito nei legami coniugali, dopo averlo seguito nella buona seguì il marito anche nella cattiva sorte.

Per Lorenza la delatrice si aprirono le porte del carcere, ovvero del convento di Sant’Apollonia a Trastevere.

Quindici anni. Poi, dal 1806, fu portinaia del Collegio Germanico di piazza Sant’Apollinare.

La sua vita, umile come era cominciata, di servitore e non servita come era diventata, durò poco più di quattro anni e fu stroncata da un infarto l’11 maggio 1810.

Il destino beffardo li ha accomunati anche nella morte: come quella del marito, anche la sua anima travagliata vaga nell’oscurità senza che alcuno conosca la sua tomba: di notte, emerge dalle pieghe dell’oblio e ripercorre la stessa strada che fece il fatidico giorno in cui tradì il marito. Con aria di pentimento giunge in Piazza di Spagna, ove Cagliostro fu arrestato, e scompare alle luci dell’alba inghiottita dalla Fontana della Barcaccia; e mentre si dissolve, si sente riecheggiare nell’aria una risata di scherno, affiancata da un raggelante grido: “Lorenza, perché…”.

Anna Maria

Visita guidata tematica: I Fantasmi di Roma

 

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