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Il Galata morente, onore allo sconfitto

Salendo l’ultima rampa di scale del Palazzo Nuovo, ci accoglie, di spalle, il Galata morente, una statua di marmo di forte impatto. La sua espressione è colta infatti nell’attimo che precede immediatamente il suo momento finale, con il volto contratto nella sofferenza dovuta alla ferita mortale.

Fu ritrovata a Roma nell’area di Villa Ludovisi in Via Veneto nel 1623 e acquistata nel 1737 da Papa Clemente XII.

L’opera era parte di un ciclo decorativo che comprendeva anche la statua del Galata suicida, oggi conservata al Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps

Gli studiosi a tutt’oggi discutono se si tratti degli originali o se le statue siano state elaborate, in età romana, sulla base dei modelli di età ellenistica. Noi ragioniamo che si tratti di una copia romana, perché gli originali, è documentato, erano in bronzo.

Le commissionò infatti Attalo I, per ornare un altare che fu edificato sull’Acropoli, davanti al Tempio di Minerva, per celebrare la sua vittoria sui Galati e contestuale ringraziamento alla dea per il successo ottenuto. L’altare fu realizzato dallo scultore ellenistico Epigono.

Nel 241 a.C. Attalo I era diventato il re di Pergamo, un’antica città dell’Asia minore nell’odierna Turchia, culla della cultura e dell’arte. Intorno al 230 a.C. Attalo riuscì a sconfiggere i Galati, considerati i Galli dell’Est, appartenendo allo stesso gruppo celtico.

I Galati si erano stanziati a ridosso di Pergamo, costituendo una forte minaccia per la città ma anche un peso economico, in quanto Pergamo versava loro un ingente tributo annuale.

La sconfitta dei Galati costituì per Pergamo una liberazione totale e sotto diversi punti di vista.

Ecco perché Attalo I volle celebrare questa vittoria costruendo quel monumento che divenne forte elemento di propaganda per il sovrano rispetto ai suoi sudditi, corredando lo stesso di diverse statue di bronzo che rappresentavano proprio i Galati sconfitti.

Queste statue, tutte in pose ricche di pathos, drammaticamente raccontavano il momento culminante e comunicavano il dolore ma anche il coraggio.

Esaltavano quindi il nemico, un barbaro che non si piegava alla sconfitta, onorato anche nella morte. Questo non per mera narrazione, ma per esaltare ulteriormente la portata della sua vittoria: esaltare il nemico per esaltare il vincitore

Quindi un’autocelebrazione.

La copia conservata nei Musei Capitolini è la copia in marmo dell’originale bronzeo del donario di Attalo I e fu realizzata in epoca cesariana.

D’altra parte, Giulio Cesare fu il grande conquistatore dei Galli (praticamente i Galati occidentali) e questo fu un modo per celebrare e ricordare i suoi successi.

L’appartenenza all’età ellenistica è evidente. È evidente quel distacco dalle statue di eroi, dalle divinità dai volti austeri e impassibili, che avevano il compito didattico di trasmettere i valori civili e religiosi. Il distacco, insomma dalla tradizione classica.

Con la crisi della polis e la disgregazione dell’impero di Alessandro Magno in seguito alla sua morte avvenuta nel 323 a.C., si passa all’abbandono del bello ideale e alla ricerca del reale, del dato psicologico. In questo periodo cadono tutte le reticenze contro il ritratto fisionomico, ovvero quel ritratto che va a riprendere le fattezze vere di una persona, e gli artisti cominciano a rappresentare il corpo umano, l’uomo in tutta la sua fragilità e debolezza, ma anche in tutto il suo coraggio e il suo valore.

L’arte diventa quindi specchio e riflesso della realtà, in mano ai sovrani e ai potenti che la utilizzano per meravigliare, per stupire, per spaventare, ma soprattutto per promuoversi.

L’arte è dunque strumento di propaganda.

Non più corpi perfetti, armonici ed equilibrati ma irreali, ma espressioni e rappresentazioni della realtà.

Il nuovo orientamento era iniziato con Lisippo nella seconda metà del IV sec: divenuto il ritrattista di Alessandro Magno, fu l’iniziatore della tradizione degli artisti che ritraggono le persone così come sono, che guardano alla realtà, al quotidiano, a quello che succede intorno a loro.

Ecco dunque il Galata morente, un guerriero con la spada, la tromba da guerra, lo scudo su cui è poggiato.

Un corpo muscoloso e nudo, ma privo della possenza delle statue classiche, in posizione complessa – gamba destra piegata che va sotto la gamba sinistra distesa, il braccio destro all’indietro, il braccio sinistro poggiato sul ginocchio – che suggerisce la torsione del busto.

La testa inclinata, la smorfia di dolore.

La definizione dell’appartenenza: una testa dalla capigliatura folta, con lunghe ciocche rigide, perché i Galati combattevano con capelli bagnati con acqua e gesso; i lunghi baffi all’ingiù, gli zigomi alti, le arcate sopraccigliari pronunciate.

E, infine, l’elemento etnicamente distintivo che, volutamente, è l’unico ornamento di cui è vestito: la collana aperta sul davanti, un gioiello in metallo del Nord Europa, chiamato torques.

Una postura libera e dinamica.

Siamo di fronte ad una scultura che conquista lo spazio e chi la osserva: non a caso è stata posta al centro di una sala, visibile a tutto tondo, come la Venere vincitrice alla Galleria Borghese.

Anche qui il visitatore è conquistato, rapito, coinvolto nel dolore del Galata.

La vera novità sta infatti proprio nell’aver esternato le emozioni e i sentimenti attraverso le espressioni del volto.

La sua testa inclinata verso il basso, la smorfia del viso e la fronte aggrottata comunicano il suo dolore; ma la ferita mortale inferta sul costato, ben visibile, non è l’unica causa di quel dolore: quel guerriero soffre per la sconfitta subita. La posizione complessa del corpo, infatti, è indice di un tentativo di rialzarsi, di tornare a combattere.

Tensione, inquietudine, turbamento che parte da quella mano destra aperta che, poggiandosi a terra, spinge per rialzarsi: il guerriero che non ha paura di morire ma non vuole arrendersi, vuole continuare a combattere nonostante il corpo non risponda più alla sua volontà.

Dunque un essere reale e non ideale, con caratteristiche molto precise e descrittive.

Discorso a parte va fatta per la nudità del Galata che non si riferisce alla cultura celtica, bensì un richiamo alla cultura greca che attraverso la nudità rappresentava l’eroismo. Non a caso, anche gli atleti si esibivano nudi.

Il Galata morente ha da sempre goduto di grandissima fama: esposto in prestito a Washington dal dicembre 2013 al marzo 2014, si stima sia stato visitato da oltre 700mila visitatori.

Citato, copiato e celebrato da tantissimi artisti.

Una curiosità: nel 1514 a Roma fu rinvenuta un’altra statua copia, romana di quelle di Pergamo: il Galata ferito, oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Sicuramente Caravaggio deve averla vista e deve essere rimasto affascinato dalla sua bellezza, tanto da riprodurla (o citarla?) in un’opera di misericordia del suo capolavoro napoletano.

Anna Maria

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