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Il San Giovannino capitolino e il suo ambiguo sorriso

La Pinacoteca Capitolina, posta al secondo piano del Palazzo dei Conservatori, custodisce ben due opere di Caravaggio

Il San Giovanni Battista, ritenuto a lungo una copia dell’esemplare della Galleria Doria Pamphilj e rimosso dagli ambienti espositivi, è stato riconosciuto come autografo nel 1953 da Denis Mahon.

L’attribuzione è singolare.

Denis Mahon era in udienza dall’allora sindaco di Roma, Salvatore Rebecchini, e notò immediatamente il dipinto che giganteggiava alle spalle del Primo Cittadino della Capitale. “È un Caravaggio” tuonò, destando lo stupore del suo interlocutore che, seppur appassionato di Arte, lo aveva completamente ignorato, declassandolo – come era credenza comune – a copia del Battista Pamphilj. L’affermazione del Mahon fu poi condivisa da tutta la critica, che lo identifica con il dipinto commissionato al Merisi da Ciriaco Mattei nel 1602 per la somma di ottantacinque scudi, passato dal figlio Giovanni Battista, per lascito testamentario, al cardinale Francesco Maria del Monte, venduto dagli eredi di quest’ultimo nel 1628 e confluito nelle raccolte del cardinale Carlo Emanuele Pio. Al 1750 risale il suo ingresso nella Pinacoteca Capitolina incluso nella cosiddetta “donazione Pio”. Fino a quel giorno del 1953 il dipinto era denominato “giovane nudo con caprone”.

Caravaggio ha ritratto il suo San Giovanni a figura intera, nel fianco destro; è nudo, semidisteso su una pelle di cammello a sua volta posata su un mantello rosso. Il volto sorridente, incorniciato da capelli ricciuti è rivolto allo spettatore, le gambe sono piegate, con i piedi a due diverse altezze. Il giovane si sostiene sul gomito sinistro poggiato su un panno bianco, mentre il braccio destro avvolge il collo dell’ariete, posto in secondo piano, il cui muso gli sfiora la guancia. In basso, un rigoglioso tasso barbasso e in alto una pianta di vite.

La destinazione privata garantì al Merisi un’ampia libertà di espressione, consentendogli di elaborare un’insolita iconografia dove il giovane dal sorriso ammaliante, che non nasconde la propria nudità, è ritratto assieme all’ariete, in sostituzione del canonico agnello e dove vengono deliberatamente omessi gli attributi consueti del santo, attorniato da piante rigogliose che non sono consone al deserto, tipica ambientazione per San Giovanni.

Proprio la presenza dell’ariete, ritenuto “sacrificale”, ha fatto sì che alcuni esperti lo associassero a Isacco: alla morte e resurrezione alluderebbero la pira in basso a sinistra (sacrificio), la pianta del tasso barbasso in primo piano (morte e resurrezione) e i pampini sullo sfondo (vita eterna). Ma v’è contrasto netto tra la leggerezza del soggetto e la gravità del messaggio, tant’è che alcuni altri critici hanno voluto vedere in esso Dioniso, il Dio del vino e del teatro, fonte di grande ispirazione per Caravaggio, guidati anche dal volto divertito di questo monello individuato addirittura in Puck, lo spiritello di “Sogno di una notte di mezza estate” che in quegli anni Shakespeare metteva in scena.

Ma se consideriamo che tanto Caravaggio quanto il committente erano seguaci di San Filippo Neri, non sarebbe affatto sbagliato vedere in quel sorriso lo spirito di “Cristiana Letizia” che ispirava gli Oratoriani.

L’ambiguità del soggetto si è pertanto prestata a diverse interpretazioni da parte della critica

Sotto il profilo formale e stilistico, l’opera si colloca nel momento di maturità artistica del pittore, quello cioè che segue le tele Contarelli, rivelando un’ispirazione da Michelangelo per la posa elegantemente articolata del san Giovannino viene presa in prestito da un ignudo della volta Sistina.

L’adozione di un uso molto personale della luce e dei colori conferiscono potenza e forte realismo alla figura facendola emergere prepotentemente dal buio, ottenuto con un’imprimitura di fondo, fatta di colla animale, gesso e colore scuro (verde) steso tre volte.

Il modello è sicuramente Francesco Boneri, detto Cecco del Caravaggio, entrato a servizio del pittore a 12 anni, già ritratto nell’Amor vincit omnia, realizzato per il marchese Vincenzo Giustiniani e oggi al Museo di Berlino.

Caravaggio realizzò ben otto tele con questo soggetto: tre sono a Roma (Borghese, Corsini, Capitolini) e le altre sparse in tutto il mondo (Toledo, Kansas City, Monaco di Baviera, due a Malta). Una nona, di ancora dubbia attribuzione, è in una collezione privata a Roma. In una delle due di Malta, sicuramente la più famosa e nota come “La decollazione del Battista”, Caravaggio dipinge il “mentre”, rompendo gli schemi, come già aveva fatto con la sua Giuditta e Oloferne

Nelle tele enunciate lo schema è sempre uguale: un adolescente maschio, solo nel deserto, nudo o seminudo, con gli attributi del bastone e agnello o montone.

Sicuramente è sempre giovane, perché giustamente Caravaggio tiene conto che tra Giovanni e Gesù la differenza d’età era solo di pochi mesi e che il cugino Battista premuore il Cristo.

Il realismo di Caravaggio non ha eguali!

Anna Maria

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