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Botticelli e il trionfo della Primavera

Uno dei quadri più belli di sempre, La Primavera di Botticelli così intitolata da Giorgio Vasari.

È una tempera su tavola di pioppo, di dimensioni enormi 207×319 cm, considerata il capolavoro dell’artista

Venne eseguito per Lorenzo di Piefrancesco de’ Medici, cugino di secondo grado del ben più noto Lorenzo detto il Magnifico di circa quindici anni più giovane, non sempre in ottimi rapporti con il cugino maggiore.

La collocazione originaria del dipinto fu il Palazzo di via Larga, dove rimase prima di essere trasferito nella Villa di Castello, dove Vasari riferisce di averlo vista nel 1550, accanto alla Nascita di Venere.

Analizziamone l’aspetto.

Il colore scuro della vegetazione è dovuto alla modificazione del pigmento nel tempo.

La luce del cielo che filtra tra il fogliame è cristallina e fredda. Le figure in primo piano sono illuminate in modo frontale e non producono ombre, quasi smaterializzate, e sembrano emanare una luce propria. I fiori spiccano sul prato scuro e appaiono fosforescenti, mentre tra le fronde degli alberi spiccano frutti di color arancio.

I personaggi sono allineati in primo piano e controluce. A destra Zefiro raggiunge e abbraccia la Ninfa Clori che appare nuovamente a sinistra nelle forme di Flora vestita di fiori. Al centro, Venere con Cupido che scaglia il dardo d’amore. Le tre Grazie danzano sulla sinistra vestite con veli trasparenti. Mercurio alza il braccio destro e con il caduceo tocca una nuvola.

Botticelli celebra con la Primavera l’ideale della bellezza, rappresentando il regno di Venere secondo l’iconografia neoplatonica del filosofo Marsilio Ficino.

Tecnicamente, disponendo le figure come su un palcoscenico, conferisce ad esse una scansione ritmica ed elegante. Ponendo la Venere, in una sinuosa posa ad “S”, in posizione leggermente arretrata rispetto alle altre figure, va a formare una nicchia semicircolare che ricorda un’abside, decorata come un “merletto” per effetto delle fronde illuminate.

Questo espediente e lo sguardo della Venere, diretto verso l’osservatore, rendono la Dea della bellezza il centro psicologico del dipinto.

Questo quello che appare agli occhi dello spettatore, ma di fatti il soggetto è allegorico e dal significato ancora non del tutto svelato.

La Primavera nasconde infatti vari livelli di lettura: uno strettamente mitologico, legato ai soggetti rappresentati, un altro filosofico, come già detto; e infine, quello più importante, di profilo storico-dinastico, strettamente legato alle vicende ed alla gratificazione del committente e della sua famiglia.

Mirella Levi D’Ancona, critica dell’arte recentemente scomparsa, ha ipotizzato che il dipinto possa essere l’allegoria del matrimonio tra Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici e Semiramide Appiani; Botticelli lo avrebbe oltretutto eseguito in due momenti successivi, perché l’opera era stata inizialmente commissionata da Giuliano de’ Medici in occasione della nascita del figlio Giulio (futuro papa Clemente VII), avuto con Fioretta Gorini che egli avrebbe sposato in gran segreto nel 1478.

Come è noto, Giuliano morì nella congiura dei Pazzi un mese prima della nascita del figlio e il quadro incompiuto sarebbe stato “riciclato” per celebrare le nozze del cugino, la cui moglie si diceva essere donna dalla bellezza eccezionale.

La lettura, in tal senso, andrebbe ad individuare nel gruppo l’istinto e la passionalità, notoriamente condannate dal neoplatonismo, perché sinonimi di atteggiamenti irrazionali.

Secondo questa interpretazione i personaggi raffigurerebbero:

Venere, mantenuta dalla prima versione e con le fattezze di Fioretta Gorini, rappresenterebbe l’Amore Universale; Mercurio, Lorenzo di Pierfrancesco, simbolo dell’Amore Umano e la Grazia a sinistra, sua moglie Semiramide Appiani, cioè l’amore spirituale, puro, elevato, secondo i principi dell’umanesimo platonico. Tutto contrapposto a Zefiro-Cloris-Flora, simbolo dell’Amore carnale.

Ma la preziosità dell’opera botticelliana è costituita soprattutto dalla grande varietà delle specie vegetali raffigurate, che avrà impegnato il Botticelli nello studio di diverse fonti letterarie, quali le Metamorfosi di Ovidio, L’asino d’oro di Apuleio, le Stanze di Poliziano e il De Rerum Natura di Lucrezio. Tante sono le piante e i fiori, che Guido Mocci, direttore dell’Orto Botanico di Firenze nel 1984, ha avuto il merito di individuare almeno cinquecento specie, distinguendole tra piante fiorite e non fiorite.

I fiori presenti nella scena alluderebbero a vari significati matrimoniali: fiordalisi, margherite e nontiscordardimé alludono alla donna amata, i fiori d’arancio sugli alberi sono ancora oggi un simbolo di felicità matrimoniale, così come la borrana che si vede sul prato. La rosa, la viola, la margherita, il fiordaliso, il muscari, la pervinca, l’arancio, il crisantemo, il garofano, il gelsomino, il crocus, la nigella e il mirto sono il simbolo di amore e unione coniugale, mentre la fragola, essendo un frutto succoso e gustoso, simboleggia il piacere, in contrasto con il papavero fin dall’antichità legato alla fertilità.

E la Natura altro non sarebbe che la quinta teatrale in cui si muovono personaggi noti e importanti dell’epoca: Caterina Sforza, la Grazia di destra, e Simonetta Vespucci, altra donna amata da Giuliano de Medici e fonte di ispirazione per la Nascita di Venere, identificabile con la Grazia che guarda sognante verso Mercurio-Giuliano de’ Medici.

La lettura in chiave storica, infine, fa considerare il dipinto come allegoria dell’età medicea, che protende alla guida di Lorenzo di Pierfrancesco e non del Magnifico, e quindi Flora sarebbe un’allusione a Florentia e dunque alle antiche origini della città.

Un’interpretazione che “smitizza” la figura del Magnifico in favore del ramo cadetto della famiglia, coerentemente all’ultima tendenza di rivisitazione delle opposizioni dell’epoca. Le altre figure diverrebbero così città legate in vario modo a Firenze: Mercurio-Milano, Cupido (Amor)-Roma, le Tre Grazie come Pisa, Amalfi e Genova, la ninfa Maia come Mantova, Venere come Venezia e Borea come Bolzano.

Botticelli, dunque, raffinato interprete del gusto del suo tempo, ricerca e ottiene un effetto di eleganza e di armonia rappresentando contestualmente un vero e proprio erbario in formato pittorico, celebrando la famiglia del committente e ammonendo lo spettatore a proiettarsi verso i valori profondi della vita che lo condurranno verso l’eternità e di fatto eternando uomini e donne che hanno fatto la sua epoca.

Anna Maria

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