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Palazzo Corsini: bello, elegante e ricco

Uno dei luoghi poco conosciuti di Roma, fuori dagli itinerari turistici, è certamente Palazzo Corsini. Eppure è bellissimo, maestoso e si affaccia su un giardino ricco e rigoglioso.

La sua storia inizia nel 1511 quando comincia a sorgere, con fattezze rinascimentali, per volontà di Raffaele Riario, nipote di Papa Sisto IV Della Rovere, che officiò la sua prima messa da cardinale nella cattedrale di Firenze, il giorno in cui si consumò la fallita Congiura dei Pazzi.

Grazie alle abilità politiche, il cardinale Riario fu in grado di tessere una serie di rapporti che gli permisero di attraversare indenne i difficili frangenti seguiti alla morte dei suoi protettori, come appunto quella di suo zio Papa, mantenendo una posizione in Curia anche sotto i pontificati seguenti.

Alieno da interessi spirituali e più a suo agio nelle vesti di munifico mecenate, grazie all’accumulo e alla gestione personalissima di titoli e prebende, Riario divenne la paradigmatica incarnazione della figura del cardinale principe, caratteristica del primo Rinascimento. E questo gli permise di potersi costruire un palazzo, cosa che appunto fece (In verità, non solo questo!)

L’edificio era costituito di tre piani con le scuderie sulla sinistra ed un cortile sulla destra, ed un grande giardino posteriore verso il Gianicolo.

Più o meno negli stessi anni veniva eretta Villa Chigi, oggi nota come Villa Farnesina, proprio di fronte.

Per il resto intorno a quelle pendici del Gianicolo c’era solo tantissimo verde e, oltre Porta Settimiana, un mulino, un convento e un fornaio ormai famoso: si chiamava Francesco Luti, padre della Margherita meglio nota come Fornarina

La splendida Villa passò in eredità solo sette anni dopo la sua costruzione e dopo alcuni passaggi, soprattutto di affittuari, riprese in vigore nel 1669 quando fu scelto come residenza romana dalla Regina abdicataria Cristina di Svezia, che incaricò l’architetto Camillo Arcucci per adattarla al proprio gusto e alle proprie esigenze.

Cristina era figlia di re Gustavo II e della regina Maria Eleonora del Brandeburgo; succedette sul trono di Svezia all’età di sei anni, dopo la prematura scomparsa del padre, uno dei massimi difensori del protestantesimo durante la guerra dei trent’anni. Educata in modo virile, Cristina era dotata di una profonda e viva intelligenza e soprattutto di una solida cultura umanistica e filosofica.

Il Palazzo conserva la sua splendida camera da letto, nella quale per un attimo ci si immerge nel mondo di quella regina che a 27 anni rinunciò al trono e venne a Roma, dove si convertì al cattolicesimo. Se fu per devozione, per l’arte e la cultura italiana, per il sole o semplicemente per la stanchezza di regnare, gli storici si stanno ancora interrogando, quindi probabilmente le cause sono molteplici e complesse come complesso è analizzare il personaggio: dormiva non più di 5 ore a notte, padroneggiava sei lingue, collezionò opere d’arte, promosse gli interessi scientifici e umanistici, senza tralasciare la vita politica, aspirando, pare, al Regno di Napoli. Coltissima, volitiva, intraprendente, amò soprattutto la libertà di vivere come voleva, legandosi con un rapporto intenso al cardinale Decio Azzolino e condividendo con lui l’interesse per l’alchimia.

Con Cristina il palazzo ebbe un momento di splendore. Qui Cristina, che non rinunciò mai al titolo di regina, installò una vera e propria piccola Corte e di Palazzo Riario fece sostanzialmente la base di intrighi, viaggi diplomatici e feste, ma anche avventure galanti, relazioni intellettuali culminate nel 1674 con la creazione di un’accademia reale che fu poi l’origine dell’Accademia dell’Arcadia, a cui si aggiunse un’accademia di fisica, di storia naturale e anche di matematica.

Ma è nel 1736 che l’edificio raggiunge il suo massimo splendore, quando il complesso fu acquistato da Neri Maria Corsini, il vero protagonista della Roma del Settecento.

Neri Maria era nato a Firenze nel 1685. Appartenente ad antica e ricchissima famiglia patrizia di origine mercantile e bancaria, a sette anni fu ammesso tra i cavalieri di S. Stefano e prestissimo alla corte di Cosimo III de Medici, in qualità di paggio; giovanissimo, fu iscritto alle principali accademie, fra le quali, nel 1704, quella della Crusca. Nella primavera del 1709 intraprese un lungo viaggio per l’Europa, di piacere e d’istruzione, ma anche vòlto a prendere contatti con le corti e con la diplomazia europea, alla ricerca di un incarico ufficiale. Parigi, Londra, terre fiamminghe e Vienna: tutti luoghi che non avevano segreti per Neri Maria, le cui mire però erano vòlte a una città più a sud, alla capitale del mondo: Roma!

Giunse nell’Urbe per ricoprire la carica di segretario personale dello zio Lorenzo, cardinale. Segretario geniale, a tratti ruffiano, capace di esercitare le giuste pressioni sulla Austria, ostile ai cardinali toscani, fece intervenire al momento giusto la Corte Granducale e si servì di tutte le amicizie contratte durante la sua attività diplomatica. Terreno spianato per quel conclave che il 12 luglio 1730 portò al soglio suo zio Lorenzo.

Lo zio amava quel nipote e non poteva che ringraziarlo per quella elezione: era tutta opera sua! E così quel nipote tanto amato, divenne in pochi mesi e senza aver mai preso i voti cardinale. Stretto stretto allo zio papa, questo cardinal nepote, di fatto, governò Roma, mentre lo zio si occupava di benedizioni.

Considerando la veneranda età, Clemente XII regnò a lungo: dieci anni, ma ne aveva ben 80 quando fu eletto Papa!

Nel programma di Neri Maria ci fu sicuramente quello di un piano edilizio e fu così che, acquisito quel palazzetto rinascimentale alla Lungara, lo trasformò nel ricco e imponente palazzo, grazie all’opera dell’architetto di fiducia Ferdinando Fuga.

Bello, elegante e ricco, tanto che Stendhal lo annoverò tra i dodici palazzi che bisognava visitare a Roma, nella sua opera Passeggiate romane del 1828.

Certo, l’apporto dell’architetto fu fondamentale.

Fuga, battezzato Ferdinando in onore del Gran Principe di Toscana, era fiorentino, come la famiglia committente. Arrivò a Roma nel 1718 e lavorò tantissimo, realizzando quasi tutte le opere principali di quel periodo. Possiamo ammirare ancora, tra le altre, oltre a Palazzo Corsini e l’Orto Botanico, anche Santa Cecilia in Trastevere, il Quirinale, il Palazzo della Consulta e l’intera piazza di raccordo dei due palazzi

Nel 1751 venne chiamato a Napoli e, nell’ambito del programma di rinnovamento edilizio del nuovo re Carlo III di Borbone, progettò il gigantesco Real Albergo dei Poveri, un edificio tipicamente illuminista, dalla facciata lunga ben 600 metri ma, non completato, resterà di lunghezza pari a 360 metri.

In ogni caso, la trasformazione di un palazzetto rinascimentale nella reggia degna del Principe della Roma del Settecento è quello che l’ha consacrato ai posteri architetto di punta nel clima di transizione fra la cultura barocca e i primi fermenti di quella classicista del Settecento.

Lo ristrutturò, infatti, conservando le parti esistenti e ampliandolo con delle nuove. Fuga progettò così un’ala speculare all’edificio esistente e un corpo centrale con la scalinata monumentale. I tre fabbricati sono uniti dalla facciata lineare maestosa su via della Lungara, mentre il retro, affacciato sul basso giardino che sale fin su al Gianicolo, ha un andamento mosso e articolato. I Corsini utilizzarono il palazzo fino al 1883 quando il Principe Tommaso junior in parte vendette e in parte donò allo Stato e al Comune di Roma e nei suoi giardini fu installato l’Orto Botanico, gestito dall’Università La Sapienza

Nel Palazzo, oggi quadreria, è esposta la raccolta di quadri proveniente dalla collezione privata dei Corsini.

Della Quadreria allestita nel piano nobile è praticamente impossibile descrivere le oltre 300 opere presenti nelle 8 sale (anticamera, due gallerie, nelle tre camere, gabinetto e nella sala dei quadri di canonizzazione).

Certo è che impatto scenografico è grandioso, indubbiamente per merito dei curatori che hanno scelto di ricreare lo spirito settecentesco del Corsini, con la sistemazione delle opere, che si arrampicano fino al soffitto, quindi ad “incrostazione”.

Purtroppo l’illuminazione è quasi un’ingiuria alle tele esposte: non sempre si possono apprezzare appieno i capolavori che riempiono le pareti dall’altezza degli occhi al soffitto; per il resto, sono esposti ancora pregiati arredi e preziosi soprammobili, oltre alla possibilità di ammirare – incastonati nelle pareti come pietre preziose – frontali di sarcofagi, busti antichi e barocchi.

Tra le tante tele si annoverano un trittico quattrocentesco di Giovanni da Fiesole, meglio noto come il Beato Angelico, un simpatico leprotto di Hans Hoffman da Norimberga, per molti decenni attribuito a Dürer, il Supplizio di Prometeo di Salvator Rosa, la splendida Madonna con Bambino di Orazio Gentileschi, una Sacra Famiglia di Baccio della Porta, meglio noto come fra Bartolomeo, un Cristo porta croce del Vasari, la disarmante Salomè di Guido Reni, la dolcissima Madonna col bambino di Giovanni Battista Salvi, detto il Sassoferrato, una Testa di Vecchio del Rubens. E poi la regina tra le tele, la Madonna Zingara, che già da sola vale la visita alla Galleria e non per detto della scrivente, ma per la sensazione che suscitò in Gustave Flaubert.

Con l’elenco si potrebbe continuare ancora, ma meglio lasciare la sorpresa: nomi quali Correggio, Bernini, Carracci, Mattia Preti, e poi l’immancabile LUI, cioè Caravaggio, sono una vera calamita per questo museo.

È anche la sede dell’Accademia dei Lincei, un’istituzione nata nel 1603 con intenti scientifici, fondata da Federico Cesi insieme ad altri tre studiosi di vari campi.

Il nome deriva proprio dalla lince, intesa probabilmente come animale dalla vista acuta, così come acuto deve essere lo sguardo di chi studia e dedica la propria vita alla conoscenza. Il simbolo appare un po’ dappertutto. L’idea nacque vedendo la copertina di un libro scritto da Giovan Battista Della Porta, scienziato napoletano che aderì in seguito all’Accademia litigando con un altro illustre accademico, Galileo Galilei. Oggetto della contesa? L’invenzione del cannocchiale…comunque fecero pace.

Tra gli accademici dei lincei anche Pasteur, Enrico Fermi e Albert Einstein

L’Accademia sopravviverà fino ai giorni nostri, con l’invidiabile primato di essere la prima istituzione di tipo scientifico del mondo moderno.

Vi è anche ricchissima biblioteca che custodisce una raccolta preziosissima di manoscritti, tra cui uno della Divina Commedia, preziosi stampati e un vero incanto: un enorme calco lungo 9 m che riproduce una sorta di codice civile in lingua greca che risale al VI secolo a.C..

Infine il motto dell’Accademia: Si maxima Vis, cioè prenditi cura delle piccole cose, se vuoi ottenere grandi risultati.

Spero che la lettura di questo articolo abbia suscitato curiosità e voglia di andare a Palazzo Corsini alla Lungara, un gioiello trascurato che merita di essere apprezzato, gustato, studiato…più semplicemente, visitato!

Anna Maria

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