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Una trappola per sognatori

(L’immagine di copertina è uno scatto di Chiara Muscinelli, Socio Calipso. Diritti riservati)

A pochi passi da Piazza del Popolo si può passeggiare per le strade di piazzale Flaminio, immergendosi negli splendidi palazzi novecenteschi che ospitano studi di avvocati, notai o altri professionisti che sono lì almeno dal secolo scorso.

Camminando per una di queste vie, via Stanislao Mancini, ci si imbatte in un capolavoro ispirato all’art neauveau, uno dei pochi esempi di quello stile che in Italia prenderà il nome di “liberty”.

È una villa che, in genere, si nota subito: riccamente decorata, con la facciata stracolma di bassorilievi, decorazioni floreali, angeli e arcate… decisamente una visione insolita a Roma!

Poi, però, difficilmente si decide di varcare la soglia: un po’ perché la porticina d’ingresso, su cui campeggia la scritta “Villa Helene” è molto più insignificante della facciata, un po’ perché quella targa che specifica l’identità del palazzo, ovvero il “Museo Hendrik Christian Andersen”, ci dice veramente poco.

Il più delle volte, si pensa all’Andersen sbagliato e in effetti è semplicissimo cadere in errore: sia perché le iniziali, H.C. Andersen sono le stesse, sia perché anche Hans Christian Andersen, l’autore danese di fiabe come “La sirenetta” o “Il brutto anatroccolo”, ha vissuto a Roma, soggiornando però poco distante da lì, sopra al Caffè Greco in via Condotti.

L’Andersen che troviamo qui, invece, si chiama Hendrik ed è norvegese di nascita, cittadino statunitense e poi italiano per adozione: questo perché è proprio lui a scegliere Roma come sua città, stabilendosi prima in un piccolo studio a Via Margutta e poi dando inizio alla costruzione di Villa Helene.

A Roma, Andersen passa gli ultimi 15 anni della sua vita, anni che dedica a un progetto ambiziosissimo: dare vita ad una città ideale in cui avrebbero vissuto, in armonia e fraternità, i migliori prodotti intellettuali artistici, scientifici, filosofici, insomma le menti più eccezionali del mondo, che avrebbero lavorato insieme per produrre nuova bellezza da condividere col resto del globo, così da ispirare l’intera umanità ad un cambiamento verso il bene, l’altruismo, la pace. Insomma, una città in cui la bellezza avrebbe salvato il mondo.

Lo avrebbe fatto davvero, perché lo scopo di questa città ideale era anche quello di inseguire il progresso scientifico, così da migliorare le condizioni di vita del mondo intero.

Bellezza, condivisione e comunicazione sono le parole d’ordine di questo progetto folle e meraviglioso, a cui Andersen inizia a lavorare tra il 1901 e il 1911, insieme ad un architetto di nome Ernest Hébrard.

Così, nel 1913, i due pubblicano “Creation of a World Center of Communication”, un tomo di ben 5 kg sulla creazione di un “Centro Mondiale di Comunicazione”: è questo il nome che i due scelgono per la loro città ideale, un centro in cui le migliori menti del mondo avrebbero vissuto insieme, dando il buon esempio al resto del mondo, lavorando al progresso, allo sviluppo e all’arte, tutto improntato sulla comunicazione. Una comunicazione sempre rivolta verso il bene, verso l’altro, apprendendo e rispettando anche le diversità: lo testimonia il “tempio delle religioni”, l’edificio si culto che i due progettano per la cifra, destinandolo a tutte le religioni, nella stessa “casa”: le diversità vanno valorizzate, non condannate o isolate, vogliono dirci i due artisti.

Per ovvi motivi, questo progetto non ha mai visto la luce del sole, nonostante l’impegno e gli studi dei suoi due creatori. Così, alla sua morte negli anni ’40, Andersen ha lasciato allo Stato italiano l’intera sua villa con dentro più di 200 suoi lavori: sono studi, piantine, statue gigantesche o minuscole che ci narrano di un progetto folle agli occhi del cinismo di una persona del 2023. Eppure Hendrik Christian Andersen quella città ideale l’aveva progettata proprio per noi: siamo noi quella “generazione futura” a cui le statue bianche e monumentali che si trovano all’interno della villa si rivolgono, siamo noi quei putti che i personaggi delle sculture elevano nelle loro mani, per cui sognano una società migliore, altruista, più integrata.

Allora Villa Helene diviene l’epicentro di questo sogno, un faro nella notte per chiunque desideri un mondo migliore, equo e solidale: qui dentro si è invitati a riflettere e poi a trasmettere, a portare avanti, almeno semplicemente condividendone la storia, questo folle e meraviglioso progetto: insomma, Villa Helene è una vera trappola per sognatori!

Giulia Faina

Visita guidata tematica: Villa Helene, trappola per sognatori

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