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Beatrice, tra realtà e simbolo: il cuore della Divina Commedia

Dante Alighieri ha scritto il capolavoro massimo della letteratura italiana per una donna chiamata Beatrice, che gli storici identificano come la fiorentina Beatrice Portinari.

Beatrice detta Bice di Folco Portinari è una bambina quando Dante la vede per la prima volta.

I due sono vicini di casa: abitano entrambi nel sesto di Porta San Piero e si incontrano per la prima volta (pare) quando Dante ha 9 anni e lei 8. Beatrice indossa un abitino rosso sangue e lui se ne innamora immediatamente.

Boccaccio racconta che i due si videro durante la festa di Calendimaggio, ricorrenza importantissima a Firenze con cui si celebrava l’arrivo della bella stagione: canti, balli, banchetti, in famiglia e nei quartieri. Folco Portinari aveva invitato tutti i suoi amici nella sua casa a festeggiare: le donne da una parte e gli uomini dall’altra, così funzionava. Ma i bambini non dovevano sottostare a queste divisioni e potevano giocare insieme tra una porta e l’altra.

Da quel momento, quel sentimento rimane a covare forte in Dante, che però non vedrà più la piccola Beatrice, nonostante i due fossero vicini di casa.

La rivedrà solamente 9 anni dopo, quando Dante ha 18 anni.

Ecco: a 9 anni il primo incontro, 9 anni dopo il secondo, quando ha 18 anni, all’ora nona, scrive il poeta.

Questo ritorno costante del numero 9 e dei suoi multipli quando si parla di Beatrice non è casuale. Dante è un fine conoscitore della numerologia, la disciplina che, nel Medioevo, attribuiva ai numeri significati simbolici e mistici. I numeri erano visti come portatori di messaggi divini e come strumenti per interpretare e comprendere l’universo e la spiritualità.

A Beatrice associa il numero 9, che rappresenta l’espressione massima dell’amore divino, il prodotto del 3, numero perfetto della Trinità, moltiplicato per se stesso: il risultato non può che essere la perfezione massima, come Beatrice, portatrice di beatitudine. Quando Dante, con i suoi amici, stilerà una classifica delle donne più belle di Firenze (a raccontarcelo sarà lui stesso nel capitolo VI della Vita Nova) non porrà Beatrice al primo posto, ma al nono: non perché per lui lei non sia la più bella, ma proprio per ribadire il concetto: Beatrice è espressione massima dell’amore e della perfezione divina.

Che Dante non abbia visto Beatrice effettivamente per 9 anni non è per forza da escludere o da etichettare come semplice espediente letterario, perché appena si avvicina alla pubertà, nelle città toscane, una bambina veniva chiusa in casa finché non avesse preso marito.

Così a 18 anni Beatrice è una donna sposata, Dante un giovane uomo. Hanno la stessa età, ma le loro posizioni sociali sono opposte. Beatrice è sposata col cavaliere Simone de’ Bardi e a questo punto può uscire di casa, anche se mai sola, e infatti Dante la incontra con un gruppo di gentildonne più anziane. Lei lo saluta, lui impacciatissimo corre a casa e si chiude in camera a ripensare a quell’incontro.

“D’allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima”.

La notte la sogna, nuda, e si risveglia preda di una forte emozione. E cosa fa un diciottenne in quella situazione? Beh, pensate intanto che quel diciottenne è Dante, non uno qualunque, e quindi scrive una poesia, seguendo quello stile nuovo e dolce che era arrivato da poco a Firenze: scritti d’amore, in cui la passione veniva analizzata e messa in versi e non in latino, la lingua dei dotti, ma nel linguaggio di tutti i giorni!

Scrive quindi un sonetto e, in forma anonima, lo invia ad altri “famosi trovatori” per conoscerne il parere.

Alcuni lo prendono in giro, come Dante da Maiano che gli suggerisce di placare i bollenti spiriti con l’acqua fresca. Altri lo prendono sul serio, lodandolo per i suoi versi: è il caso di Guido Cavalcanti, che Dante poi definirà “lo primo de li miei amici”.

E gli amici lo aiuteranno anche con Beatrice. All’inizio Dante, timidissimo, non rivela a nessuno questo suo amore, anche per tutelare la reputazione di lei. In chiesa, dove si fa vita sociale, Dante la rivede, guarda continuamente verso di lei… ma fra loro si frappone un’altra bella donna e tutti pensano che lui sia innamorato di lei, anzi che di Beatrice. A Dante la cosa fa comodo, può così tutelare l’onore del suo vero amore, così lascia credere a tutti che il suo amore sia per questa sconosciuta, che sarà ricordata come “la prima donna-schermo”. L’anonima fiorentina però lascerà la città, e Dante lascerà credere che il suo sentimento ora sia per un’altra donna-schermo. Beatrice non deve averla presa troppo bene, dal momento che gli toglierà il saluto. E il saluto della donna amata è tutto per Dante, è la salute, la salvezza.

Il 19 giugno 1290, all’età di soli 25 anni, Beatrice muore. Dante impiegherà anni ad elaborare il lutto. Così, tra i 25 e i 30 anni, ricostruisce la storia dell’amore per la donna nella “Vita Nova”, poi giura che non avrebbe mai più scritto una parola su di lei, finché non fosse stato in grado di “dicer di lei quello che mai fue detto d’alcuna”, cioè di scrivere qualcosa degno di lei, e di parlare di lei come mai prima fu fatto di alcuna: quell’opera sarà la Divina Commedia.

 

Concludiamo con una canzone in due stanze che Dante inserisce nella Vita Nova, al capitolo XXXIII, scritta da lui stesso poco dopo la morte di Beatrice e, secondo il racconto del poeta stesso, donata poi a un fratello di lei.

Dante si premura di spiegarci la struttura dell’opera: nella prima stanza a parlare è il lutto del fratello di Beatrice. Nella seconda, c’è tutto il dolore del poeta.

Scrive Dante: E così appare che in questa canzone si lamentano due persone, l’una de le quali si lamenta come frate, l’altra come servo.

Quantunque volte, lasso!, mi rimembra
ch’io non debbo già mai
veder la donna ond’io vo sì dolente,
tanto dolore intorno ’l cor m’assembra
la dolorosa mente,
ch’io dico: “Anima mia, ché non ten vai?ché li tormenti che tu porterai
nel secol, che t’è già tanto noioso,
mi fan pensoso di paura forte”.
Ond’io chiamo la Morte,
come soave e dolce mio riposo;
e dico: “Vieni a me ” con tanto amore,
che sono astioso di chiunque more.

E’ si raccoglie ne li miei sospiri
un sono di pietate,
che va chiamando Morte tuttavia:
a lei si volser tutti i miei disiri,
quando la donna mia
fu giunta da la sua crudelitate;
perché ’l piacere de la sua bieltate,
partendo sé da la nostra veduta,
divenne spirital bellezza grande,
che per lo ciclo spande
luce d’amor, che li angeli saluta,
e lo intelletto loro alto, sottile
face maravigliar, sì v’è gentile.

Giulia Faina

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