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La Città ideale

A Roma, e più precisamente in Via Stanislao Mancini, a pochi passi dalla fermata metro Flaminio, si trova il Museo Hendrik Christian Andersen, la casa/studio di scultura di un artista norvegese non molto noto ai Romani, nonostante il suo grande amore per la capitale che lo portò a donare alla sua morte, avvenuta nel 1940, la sua enorme Villa Helene proprio allo Stato italiano, per farne un museo gratuito e accessibile a chiunque.

Oltre alle sue sculture, testimoni di una creatività eccentrica e in continuo fermento, Andersen ci ha lasciato una quantità spropositata di bozzetti, disegni, studi preparatori, mappe, piani urbanistici e addirittura un tomo di ben 5 kg dedicato al suo progetto più ambizioso: il Centro Mondiale di Comunicazione. 

Nel Centro Mondiale di Comunicazione le menti più brillanti e prolifiche del mondo avrebbero vissuto in armonia, lavorando e collaborando per produrre nuova bellezza e nuovo progresso scientifico da condividere col resto del mondo, con l’intento di riuscire, prima o poi, a migliorare spiritualmente e moralmente l’umanità intera.

Un progetto decisamente ambizioso e agli occhi di qualcuno addirittura folle. Il prodotto della mente di un sognatore, di un pazzo, di un ingenuo che probabilmente non era mai uscito di casa. Eppure, Andersen non è stato il primo né l’ultimo a immaginare una realtà simile: quello della “città ideale” è un sogno che l’umanità rincorre da sempre. 

Innanzitutto, cos’è una città ideale? 

In termini puramente estetici e urbanistici, si tratta di un luogo organizzato e pensato secondo criteri di razionalità, geometrie e funzionalità. 

Per rendere più chiara l’idea, chiamiamo in aiuto questo dipinto di un anonimo fiorentino di fine XV secolo, intitolato proprio “città ideale”. 

 

Possiamo osservare gli spazi ampi, le geometrie e le simmetrie che ordinano e decorano la città, l’equilibrio tra la bellezza degli edifici e la loro funzionalità. Possiamo definirlo un luogo a misura d’uomo, dove le sue esigenze sono poste al centro e la città è organizzata in modo tale da soddisfarle efficacemente. 

Tutto questo, però, non basta per potersi fregiare del titolo di “città ideale”: per quanto l’ordine e la razionalità siano fondamentali per il progetto, alla base deve esserci qualcosa di più solido, di più forte, una linfa vitale: ovvero il principio filosofico. 

L’ideale di partenza è ciò che distingue una “città ideale” da una semplice città ordinata e organizzata. 

Nella città ideale regna l’armonia, la fratellanza, la solidarietà tra gli esseri umani: tra loro e con la natura e il mondo intorno. L’uomo è sì al centro di tutto, ma non è un despota: è un governatore razionale, che sa bene che al progresso scientifico deve sempre accompagnarsi una forte dimensione spirituale, e che nessuno dei due deve prevalere sull’altro.

Questo sogno accompagna l’umanità dall’alba dei tempi. 

Già Platone ce ne aveva parlato nella Repubblica, più come teoria politica che come vero e proprio progetto urbanistico, che anzi non prova nemmeno a immaginare. 

Anche se sia nella civiltà greca che in quella etrusca troviamo tentativi di tradurre in architettura questo sogno, il fiorire della Città Ideale si ha soprattutto in epoca Rinascimentale, concordando proprio con la filosofia dell’uomo al centro di tutte le cose e artefice del suo destino e la riscoperta dell’antichità classica.

Nel Quattrocento la città diviene il luogo dell’agire dell’uomo, è separata dalla natura, delimitata da mura che seguono forme geometriche che soddisfino le esigenze funzionali e i piaceri estetici di chi la vive. Ma la città rinascimentale non è solo luogo abitato, ma è centro di comunità, di arte, di filosofia, è il punto di riferimento in cui tutto converge e che tutto organizza e stimola. 

Proprio in questi anni, in Italia sorsero molte cittadine sul modello di questa assoluta perfezione razionale e ideologica. Pensiamo, ad esempio, alla città-fortezza di Palmanova, nel Friuli-Venezia Giulia, con la sua planimetria stellata. O a Castiglione Olona, in provincia di Varese, prima città costruita sull’utopia della Città Ideale. 

Poi ancora sono mosse da questa ispirazione Pienza, Ferrara e ovviamente Urbino, il luogo che si materializza subito nella mente quando pensiamo a questo concetto. 

Per i secoli successivi, l’uomo ha cercato una sua “casa” ideale, anche se con minor fervore rispetto al periodo rinascimentale. 

In epoca contemporanea, Le Corbusier, “l’ultimo dei grandi umanisti occidentali”, come lo ha definito l’architetto e scrittore Luca Molinari, si è proposto la sfida di una città che potesse venire incontro alle esigenze dell’essere umano, rivendicando anche un concetto rivoluzionario: il diritto di essere felice.

Suo contemporaneo, in Andersen questo concetto ha acquisito anche un ulteriore speranza: il superamento di ogni gerarchia sociale, l’abbandono della minaccia dell’ “homo homini lupus” in favore di un ideale di fratellanza universale. 

Questo è stato il sogno folle di Andersen, che ha rincorso per tutta la vita e a cui non ha voluto rinunciare nemmeno da morto: tanto che il  sogno è ancora lì, nella nostra città, immobile nel tempo, aperto a tutti coloro che gli si avvicinano scetticamente, per ritrovarsi poi più innamorati che mai di questo progetto che vorrebbero fare loro e che, chissà, magari dopo una visita a Villa Helene un pochino ci resta dentro. 

Forse, veramente un poco di quel Centro Mondiale di Comunicazione, di quella città ideale bellissima e impossibile, rimane con noi, dentro di noi, e ci porta a voler migliorare almeno il nostro di mondo e la società in cui viviamo e ci muoviamo. 

Recita un antico detto masai: 

“Noi non abbiamo ereditato il mondo dai nostri padri, ma lo abbiamo avuto in prestito dai nostri figli e a loro dobbiamo restituirlo migliore di come lo abbiamo trovato.

Giulia Faina

Visita guidata tematica: Villa Helene, trappola per sognatori

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