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Clemente VIII, il terribile

Eletto il 30 gennaio 1592 tra 52 candidati, Ippolito Aldobrandini, salito al soglio con il nome di Clemente VIII, non aveva ancora 56 anni: nell’arco di circa un anno vi erano stati tre conclavi e i cardinali erano seriamente intenzionati a eleggere un papa che potesse dare garanzie di longevità.

Non si sbagliarono in questo: rimase al soglio ben 13 anni e lasciò un segno indelebile, nel bene e nel male.

Dopo un iniziale atteggiamento prudente, mutò la strategia politica nei confronti della Francia, discostandosi dai suoi predecessori: riconobbe Enrico di Navarra legittimo re, dopo che questi, capo del fronte ugonotto, si era convertito al cattolicesimo. Uomo forte, è colui che ha dato origine alla dinastia borbonica e ottenne dal nuovo Pontefice la revoca della bolla con cui Sisto V lo aveva dichiarato “eretico recidivo”.

Di fatto, Clemente VIII con tale gesto scongiurò il pericolo dell’avvento del protestantesimo e, anche grazie al secondo matrimonio del sovrano Enrico IV con Maria de’ Medici, la politica religiosa di Francia tornò ad incentrarsi sul cattolicesimo.

Rigoroso quanto amante del lusso e del bello, promosse lo sviluppo dell’edilizia artistica. In Vaticano, la sala del Concistoro e la sala Clementina furono realizzate sotto il suo pontificato, come pure la Villa Aldobrandini di Frascati, residenza estiva del pontefice, costruita su disegno di Giacomo della Porta e portata a compimento da Carlo Maderno con gli abbellimenti dei giochi di acqua ideati da Giovanni Fontana. L’intenso piano edilizio ha visto la realizzazione anche della Manica Lunga, dove erano alloggiate le Guardie Svizzere, l’Appartamento dei Principi, la bellissima Sala Regia, il Salone degli Svizzeri e la Cappella dell’Annunciazione, affrescata da Guido Reni.

E sotto il suo pontificato, la cupola della basilica di san Pietro fu finalmente completata.

Si ebbe con lui anche la completa cristianizzazione degli obelischi orientali, già ricollocati davanti ad una chiesa per volere di Sisto V, conferendo ad essi il potere dell’indulgenza, in primis all’obelisco vaticano.

Con Clemente VIII la Roma paganeggiante del Rinascimento divenne così un lontano ricordo e la città eterna riacquistò finalmente il ruolo di punto referenziale di conversione per ogni cristiano.

Era da poco iniziato il suo pontificato quando dispose l’espulsione di tutti gli Ebrei dallo Stato Pontificio, ad esclusione dei ghetti di Roma ed Ancona. Ma tornò sui suoi passi appena qualche mese dopo: non aveva infatti considerato l’importanza degli Ebrei per la vita economica dello stato e consentì così a quelli romani di rimanere nelle proprie case.

Ma, se tutto ciò può far meritare elogi a questo papa, non poche vicende torbide e sanguinose portano la sua firma.

Non fu certo rigore di giustizia quello che lo portò a firmare la condanna a morte di Beatrice Cenci, del suo fratello maggiore Giacomo e della matrigna Lucrezia Petroni: tutta Roma sapeva quali e quanti abusi e violenze avesse subito la giovane nobile e tutto il popolo si era mosso chiedendo la sua assoluzione.

Ma tutti gli appelli, anche quelli di Beatrice inviati prima che il padre morisse, rimasero disattesi e le polemiche sul supplizio dei Cenci non si spensero con la loro morte. Lungo fu il procedimento di revoca di sequestro dei beni operato da Clemente VIII che se non salvò il patrimonio dei Cenci, di certo non salvò la reputazione del papa che divenne sempre più inviso al popolo romano.

A cinque mesi dall’oscura vicenda, nuovamente Clemente VIII divenne protagonista di un’altra terribile esecuzione: mandò al rogo il “libero pensatore” Giordano Bruno, un frate domenicano, la cui vita fu un peregrinare continuo, alla ricerca spasmodica della verità con l’incoscienza di abbeverarsi alle fonti più disparate pur di saziare la propria sete.

L’avvenimento è oggetto ancora oggi di dibattito tra gli studiosi e gli storici. Clemente VIII non condannò Giordano Bruno per le sue concezioni di astronomia, ma per le opinioni in materia teologica, ritenendo le sue posizioni incompatibili con la dottrina cattolica.

“Eretico, impenitente e recidivo” fu la condanna per Giordano Bruno che lo condusse al rogo e “forse avete più timore voi nel pronunziare la mia sentenza che io nel riceverla”, fu la risposta del frate filosofo, il cui pensiero non fu ridotto in cenere come il suo corpo.

Una sconfitta per la chiesa fu quel rogo, ancor più affermata dal monumento eretto sul luogo del supplizio, per onorare l’eroe “vindice della libertà ed umano incivilimento”, che la Chiesa ha tentato di rimuovere o almeno di mutare di posizione ma che invece, su iniziativa di liberi pensatori, ancora oggi guarda con sfida quel Vaticano colpevole della sua condanna, tanto ingiusta che dei documenti del suo processo finora non si è trovata traccia.

Un papa così non poteva che distinguersi anche per una singolare vicenda, quella del caffè. Questa comune bevanda incontrò diverse opposizioni alla sua introduzione nell’alimentazione “cattolica”. Siccome era una preparazione musulmana, il clero chiese formalmente al papa di proibirla. Ma, narra la leggenda, che Clemente VIII, nel sentire che il caffè era un’invenzione del diavolo, ne chiese un assaggio e sorseggiandolo dichiarò: “È così squisito che sarebbe un peccato lasciarlo bere esclusivamente agli infedeli!”. Battezzò allora il caffè per farne una bevanda in “grazia cristiana”. Fu così che il nero liquido iniziò a diffondersi in Europa, diventando un vero e proprio culto, con la nascita delle “botteghe del caffè” a Vienna, Londra, Parigi e Venezia e a diventare motivo di incontro e socializzazione.

Anna Maria

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