Quanto sei bella Roma con Calipso:
il tempo libero speso bene!

Cerca

Conosciamo i Bonaparte: Carolina, la più pericolosa

Il nostro viaggio tra le pagine dell’album di famiglia di Napoleone, ci porta a conoscere la sorellina minore, l’ultima delle femmine Bonaparte, penultima di tutta la nidiata.

Bella, ma non quanto la sorella Paolina, scaltra, ma non quanto la maggiore, Elisa, Carolina Bonaparte riuscì comunque a ritagliarsi un appellativo tutto per sé: la più pericolosa.

Maria Annunziata Carolina Bonaparte nacque ad Ajaccio nel marzo del 1782. Nonostante le origini nobili, la famiglia non godeva di grandi disponibilità economiche, tanto che lei ricevette un’educazione rudimentale presso un convento di suore, dandosi da fare anche come sarta. Forse è così che svilupperà quel suo spiccato senso estetico e quell’attitudine da trend-setter: molti anni dopo, sarà lei a lanciare la moda delle parure, del gioiello sentimentale e anche dell’orologio da polso.

Carolina è la piccola di famiglia, ma ha già le idee ben chiare: a 15 anni, alla celebrazione dei matrimoni delle sorelle maggiori Elisa e Paolina  (puoi leggere di loro nella nostra rivista culturale che trovi qui sul sito), conosce l’uomo che, decide, sarebbe stato suo marito: Gioacchino Murat.

Gioacchino Murat era figlio di un locandiere, che lo aveva avviato alla carriera ecclesiastica: ma il giovane era troppo bello, focoso, troppo carico di passioni terrene per perseguire quella via. Così intraprese una strada che sembrava fatta apposta per quel carattere avventato e battagliero, ma dotato anche di grande coraggio e che sul campo di battaglia non mancherà di dimostrare sempre il suo valore.

Proprio qui, Gioacchino conobbe Napoleone, di cui divenne uno degli uomini di fiducia, sempre al suo fianco in quei primi e decisivi atti dell’ascesa napoleonica: dalla riconquista di Tolone, alla gloriosa campagna d’Italia, fino all’epica campagna d’Egitto.

Tra i due militari vi era un rapporto di amore e odio: gran seduttore, si mormorava anche che Gioacchino fosse stato amante di Josephine, fascinosissima ma molto poco fedele moglie del generale corso.

Forse proprio per questo, quando Carolina gli comunicò il suo volere di sposare Murat, Napoleone disse subito di no e si adoperò a cercare nuovi pretendenti per la sorella.

Ma era troppo tardi, ormai la scintilla dell’amore si era accesa in entrambi: dopo il successo del colpo di Stato del 18 brumaio, Murat si premurò immediatamente di comunicarlo a Carolina. Ci andò di persona, cavalcando fino al convitto femminile per educande dove Napoleone l’aveva spedita.

Carolina continuava a rifiutare ogni pretendente, così alla fine Napoleone dovette cedere: non sarà né la prima né l’ultima volta che Carolina riuscirà ad ottenere quel che vuole dal fratello maggiore.

Il 20 gennaio del 1800 si tenne il matrimonio civile di Carolina e Gioacchino, quello in chiesa avverrà due anni dopo. Napoleone donò alla coppia parte del dominio di Villiers.

Da Carolina, Gioacchino ebbe due figli e due figlie e, grazie alla parentela con Napoleone, anche la sua carriera ne beneficiò – senza nulla togliere al suo valore, ovviamente. Murat era un soldato coraggioso, pronto a morire per la propria causa, un vero leader per i suoi sottoposti, ma mancava della lucidità e della capacità strategica del cognato.

Il 2 dicembre del 1804 Napoleone si incoronò Imperatore dei Francesi: ne giovarono – quasi – tutti i componenti della famiglia Bonaparte, Gioacchino compreso, che venne nominato maresciallo dell’Impero.

Carolina, però, non era soddisfatta: i suoi fratelli avevano preso il titolo di principi imperiali e con loro le loro mogli. Alle sorelle Bonaparte, invece, non era spettato niente. Carolina non ci stette, si fece ricevere dal fratello e lo convinse a nominare anche lei, Elisa e Paolina principesse imperiali. Quello che Carolina vuole, Carolina ottiene.

Come, per esempio, il Palazzo dell’Eliseo: Carolina chiese sia il permesso che il denaro al fratello per poter acquistare l’edificio, lo restaurò e lo rese quella che oggi è la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica francese.

Napoleone era un fratello generoso, divise tra i vari parenti (escluso Luciano, ovviamente, su cui trovi l’articolo dedicato sempre nella nostra rivista culturale) titoli e territori e avrebbe voluto affidare a Carolina il principato di Neuchatel: non se ne parla, lei un territorio così piccolo non lo voleva!

Presto fu accontentata: con la nomina di Giuseppe a Re di Spagna (anche per lui trovi l’articolo sulla rivista culturale), i Murat divennero Re e Regina di Napoli nel 1808.

Certo, non fu un dono privo di interesse: Napoleone volle che la coppia gli consegnasse in cambio tutte le proprietà che possedevano in Francia. Carolina fece buon viso a cattivo gioco: fece incartare e portare verso Napoli gran parte dei mobili e delle opere d’arte che aveva nel Palazzo dell’Eliseo.

Nonostante il marito non le lasciasse molto potere decisionale, Carolina seppe lasciare la sua impronta sul regno partenopeo: si occupò di ammodernare le fabbriche e dedicò grande attenzione all’educazione delle ragazze napoletane, fondando un convitto femminile chiamato “dei Miracoli”, su ispirazione di quello istituito dalla sorella Elisa.

Si interessò anche agli scavi archeologici di Pompei, suggerendo di ricostruire un’antica villa romana.

I Murat dedicarono davvero tanto impegno a rimettere in sesto il loro regno, tanto che si disse che, al contrario di Giuseppe che aveva cercato di francesizzare Napoli, i Murat invece si erano interessati a conoscere la città seriamente, finendo per innamorarsene. A tal punto, che l’idea che il loro trono dipendesse dagli umori di Napoleone e che questi potesse riappropriarsene in qualsiasi momento vanificando tutto il loro impegno, gli era indigesta.

Nonostante Napoleone avesse scelto Carolina sia per preparare il corredo per la nuova moglie, Maria Luisa d’Austria, sia per fare da madrina al figlio Napoleone II, lei non si fidava molto del fratello, tanto da arrivare a pensare che si trattasse di scuse per tenerla lontana da Napoli, così da riprendersela.

Carolina non si presentò al battesimo del nipote: se Napoleone voleva sfilarle la corona, avrebbe dovuto farlo a Napoli, non a Parigi.

Tra i Murat e Napoleone iniziarono quindi una serie di screzi: prima Murat cacciò via tutti i Francesi dagli incarichi amministrativi di Napoli, poi l’imperatore rimosse dai loro ruoli tutti gli amici dei Murat.

Nel 1812 Gioacchino fu chiamato da Napoleone per partecipare alla campagna di Russia, dovendo affidare così la reggenza di Napoli a Carolina. Ma il matrimonio tra i Murat stava vivendo un momento di crisi: si vociferava di reciproci tradimenti (lei addirittura col cancelliere austriaco, Metternich. Di lui invece si diceva che avesse incisa sulla spada la scritta “L’orgoglio e le donne”) e, soprattutto, Gioacchino sapeva bene che il suo trono dipendeva solo ed esclusivamente dal suo matrimonio. Per questo aveva cercato di tenere Carolina lontana dal potere politico e, rientrato a causa di una malattia dalla campagna di Russia, disapprovò tutte le decisioni prese dalla moglie, che accusava di essere troppo dalla parte del fratello (in realtà Carolina più volte si era intromessa in favore del marito).

In segreto, Murat tramava. All’insaputa di Carolina, aveva preso accordi con gli Austriaci: voleva conservare a tutti i costi il suo trono a Napoli e sapeva di star perdendo la fiducia di Napoleone. Quando poi l’imperatore aveva affidato il comando dell’esercito italiano a Eugène de Beauharnais, figlio di Josephine, e non a lui, Gioacchino aveva maturato l’aspra decisione.

Alleandosi con gli Austriaci e tradendo di fatto Napoleone, avrebbe potuto mantenere ben saldo il suo potere su Napoli. Quando informò dell’accordo Carolina, non sappiamo come lei, da sorella, reagì.

Conosciamo però la sua reazione da regina: al fine di mantenere il suo regno e vederlo finalmente riconosciuto in Europa, accettò l’alleanza con gli Austriaci e entrò in coalizione contro la Francia, contro suo fratello, contro la sua famiglia. Anche Murat accettò la coalizione.

Murat firmò un accordo con cui si impegnava a fornire 30.000 uomini alla coalizione, a condizione di non invadere il suolo francese. In cambio, tutti gli Stati membri della coalizione, avrebbero riconosciuto il suo Regno di Napoli. Tutti, tranne gli Inglesi.

La coalizione riuscì nella sua impresa e quando Napoleone fu esiliato nell’isola d’Elba, i Murat si rifiutarono di aiutarlo.

Intanto, gli Stati membri cominciarono a discutere su come spartirsi l’Europa: gli Inglesi, non avendo firmato alcun accordo col Regno di Napoli, non riconoscevano i Murat come i legittimi sovrani.

Gioacchino capì di non potersi fidare di loro, e così cambiò di nuovo bandiera: saputo dell’evasione di Napoleone dall’esilio, tornò ad allearsi con lui, nonostante Carolina non fosse d’accordo.

Di Murat si diceva che sarebbe stato meglio se avesse avuto meno coraggio ma più sale in zucca, o almeno, aggiungiamo, abbastanza da dare ascolto alla moglie. Questo tradimento diede la scusa a Inglesi e Austriaci per destituirlo ed esiliarlo.

Con Gioacchino lontano, Metternich chiese a Carolina di restituirgli il Regno di Napoli, ma lei rifiutò. Non riuscendo a convincerla con le buone, alla fine Carolina fu dichiarata prigioniera degli Austriaci e condotta prima a Trieste e poi ad Amburgo. Qui, ignorando le proteste austriache, insistette per essere chiamata “Contessa di Lipona”, anagramma di Napoli. Quello che Carolina vuole, Carolina ottiene. Anche se non conta più nulla.

Morirà anni dopo, poco prima di aver compiuto 60 anni, a Firenze. Nessuno dei suoi fratelli o delle sue sorelle, nemmeno la madre Letizia, vorrà avere niente a che fare con lei, ritenendola una traditrice.

Gioacchino fu invece arrestato in Calabria dagli eserciti del re Borbone Ferdinando IV, dove fu processato secondo il Codice penale da lui stesso promulgato: per i colpevoli di atti rivoluzionari era prevista la morte. Fu quindi giustiziato il 13 ottobre del 1815.

Nell’ascoltare la condanna capitale, Murat non si scompose: chiese di poter scrivere una lettera alla moglie e ai figli, e la inviò con delle sue ciocche di capelli come ricordo.

Affrontò la fucilazione con grande coraggio, rifiutando di farsi bendare. Sembra che le sue ultime parole siano state di risparmiare il suo volto e di mirare invece al cuore. E pare anche che sia morto stringendo tra le mani uno degli orologi da polso di Carolina.

Giulia Faina

Condividi
Twitter
WhatsApp

SI RICORDA CHE

  • Tutte le visite guidate sono con prenotazione obbligatoria.
  • In risposta alla prenotazione, verrà comunicato luogo e ora dell’appuntamento.
  • La presenza e la puntualità sono una forma di rispetto verso gli altri
  • Per qualsiasi info contattare il numero: 340.19.64.054

STORIA E SCIENZA

FACEBOOK

error: Content is protected !!